Quando i “Dotti” bloccano la scienza

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Se una teoria non regge, non basta la fama dell’autore a renderla credibile  

Contrariamente a quanto avviene di regola in seguito alla pubblicazione di un’ipotesi scientifica rivoluzionaria, che trova riscontro immediato nella realtà delle cose e dalla quale prende subito il via una sequenza di scoperte che allargano grandemente gli orizzonti della Scienza, dalla rivoluzionaria teoria sulla deriva dei continenti, pubblicata da Alfred Wegner quasi cento anni fa, non è ancora scaturito alcun progresso.   Avversata per mezzo secolo perché il suo autore, un climatologo tedesco, da non addetto ai lavori quale era non riusciva a spiegare in modo convincente i meccanismi che provocano la pur innegabile deriva dei continenti, detta teoria fu finalmente accolta dagli specialisti solo quando un loro collega, un geologo americano, nei primi anni sessanta pubblicò un’altra ipotesi, che della deriva dei continenti dava una spiegazione professionale (si badi bene, ho detto professionale, non credibile).
Tale ipotesi, detta dell’espansione dei fondi oceanici, postula l’esistenza, nelle viscere della Terra, di correnti convettive il cui ramo ascendente sarebbe costituito dal magma che sale alla superfice attraverso le fratture profonde esistenti in corrispondenza delle dorsali oceaniche, magma che, raffreddatosi a contatto con le acque abissali e trasformatosi nella sottile crosta basaltica del fondale oceanico, si muoverebbe orizzontalmente allontanandosi dalla dorsale di origine per poi tornare ad immergersi nelle viscere della Terra a ridosso delle piattaforme continentali (dunque dopo un percorso di migliaia di chilometri durato decine e decine di milioni di anni) fino a tornare allo stato completamente fluido nel corso di altri milioni di anni scendendo lungo il cosidetto piano di Benioff, discesa durante la quale, grazie alla sua pur decrescente consistenza, riuscirebbe a provocare terremoti fino ad una profondità di oltre 700 Km.

Presunta subduzione della crosta oceanica sotto la placca continentale
Presunta subduzione della crosta oceanica sotto la placca continentale
Illustrazione tratta da Geologia delle Dolomiti, di Alfonso Bosellin (ed. Athesia)

OBIEZIONI

Tutta questa costruzione teorica si basa sulla convinzione che il basalto della crosta oceanica sia più pesante del densissimo magma che l’ha generato, cosicché potrebbe essere indotto ad inabissarsi senza opporre resistenza una volta giunto a ridosso della piattaforma continentale.
La cosa appare paradossale, poiché se il basalto della crosta oceanica riesce a galleggiare sul magma profondo per tempi di durata geologica, non si capisce come si possa affermare che esso sia più pesante del fluido che lo sorregge.
E d’altra parte, se veramente il basalto fosse più pesante del magma su cui galleggia, non si capisce come esso non affondi subito dopo essersi formato e riesca anzi a galleggiare per tanti milioni di anni!
A questa contraddizione, poi, se ne aggiunge un’ altra non meno eloquente: a 800°C di temperatura il basalto diventa già notevolmente malleabile e a 1.000-1.200°C esso è già perfettamente fluido; poiché, dunque, secondo gli specialisti la crosta basaltica oceanica conserverebbe la sua consistenza fino a profondità di molte centinaia di chilometri, dove la temperatura ambientale è enormemente superiore a quella di fusione (si calcola che a 50 Km di profondità la temperatura sia già di 1.500°C, a 250 Km sarebbe di ben 7.500°C e a 600 Km sarebbe addirittura di 18.000 gradi!) pur essendo il basalto un ottimo conduttore di calore non si comprende come la sottile crosta oceanica (che presenta uno spessore di neanche 10 Km) possa mantenere la propria consistenza rigida (da cui la fragilità che determina i terremoti) per le decine di milioni di anni necessari per immergersi fino a 700 Km di profondità!
Di fronte a tali incongruenze, la fama dell’autore non basta a sostenere la credibilità della teoria, eppure, è proprio questo che è avvenuto: infatti, qualche anno dopo la pubblicazione di detta teoria, un altro eminente geologo basava su di essa e sulla teoria sulla deriva dei continenti una nuova ipotesi scientifica, nota oggi come teoria sulla tettonica delle placche, in forza della quale, da quasi mezzo secolo i geologi di tutto il mondo si arrovellano inutilmente per spiegare i meccanismi della fisiologia del nostro pianeta.
E quanto grave sia questo fatto è facilmente comprensibile considerando che dai suddetti meccanismi dipendono non solo la formazione della crosta terrestre (oceanica e continentale), ma anche tutti i fenomeni che si manifestano nella struttura di tale crosta (terremoti e vulcani) e all’interno delle masse fluide che la circondano (oceani ed atmosfera).
Pertanto, sui meccanismi della fisiologia della Terra dobbiamo appuntare la nostra attenzione con occhi nuovi, attenti più alla realtà delle cose che alle autorevoli disquisizioni che piovono dall’alto.

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