Uragani, tifoni e affini: quando l’atmosfera dà i numeri

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UraganoIl fenomeno che genera le grandi perturbazioni atmosferiche è costituito dal differenziale termico fra una determinata zona calda della superfice del pianeta e tutta la vasta area fresca circostante.
Poiché, infatti, la temperatura della superfice del pianeta influisce in modo determinante sulla temperatura dell’aria soprastante, questa si riscalda o si raffredda a seconda della temperatura del suolo.
In tal modo, l’aria a contatto con una superfice calda si riscalda a sua volta e ciò ne provoca la dilatazione rendendola più leggera(1) di quella fresca che la circonda.
A sua volta, quest’ultima, gravata dal proprio peso, si insinua facilmente sotto l’aria calda sollevandola dal suolo e dando così inizio al movimento ascensionale che è all’origine delle perturbazioni atmosferiche.
Perché l’innalzamento iniziale possa trasformarsi in un mulinello e poi in una tromba d’aria, che potenziandosi può trasformarsi in un tornado e infine in un uragano vero e proprio, occorre che l’aria interessata alle fasi iniziali del fenomeno contenga una certa scorta di energia termica…  scorta costituita dal calore contenuto nell’umidità dell’aria(2).
Ora, è bene ricordare che il contenuto di umidità nell’aria è direttamente proporzionale alla pressione ed alla temperatura dell’aria stessa.
Quando, infatti, l’aria si riscalda, aumenta la sua capacità di assorbire umidità dando così l’impressione che l’atmosfera sia limpida anche quando non è asciutta, mentre quando si raffredda, tale capacità diminuisce determinando la condensa del vapore, il quale fa apparire l’atmosfera di un biancore opaco.
A contatto col suolo freddo, poi, la condensa dà origine alla nebbia, mentre, in quota, essa origina le nuvole da cui poi si genera la pioggia.
Analoga sequenza si verifica con le variazioni di pressione dell’aria: se la pressione aumenta, infatti, aumenta anche la capacità dell’aria di assorbire umidità; al contrario, con la diminuzione della pressione, comincia la fase di condensa dell’umidità fino a giungere alla formazione della pioggia.
Benché generate entrambe dall’influenza della superfice del pianeta e benché in apparenza simili, fra le due sequenze esiste una differenza sostanziale: quando il contatto col suolo raffredda la bassa atmosfera, l’aria sottrae calore all’umidità, che così, priva di energia, è indotta a condensare rimanendo inerte, come nel caso della nebbia; al contrario, benché anche la diminuzione della pressione provochi la condensa dell’umidità, anziché diminuire, la temperatura dell’aria tende ad aumentare, e questo perché essa riceve il calore rilasciato dal vapore acqueo in addensamento: in tal modo, aumentando la sua temperatura, l’aria si dilata ulteriormente divenendo via via più leggera e ciò, oltre a favorire il suo innalzamento di quota, produce ulteriore rilascio di calore da parte dell’umidità residua a sua volta in fase di condensa…
Questo processo continua fino a che non si esaurisce l’energia termica fornita dalla condensa del vapore, energia tuttavia, che alla corrente ascensionale può essere fornita in quantità quasi illimitate da particolari condizioni presenti al suolo.
Quando, infatti, il moto ascensionale dell’aria è innescato dall’alta temperatura di una massa d’acqua molto profonda, il rimescolamento superficiale di questa, prodotto dalla perturbazione atmosferica, non porta a galla acqua fredda che potrebbe bloccare sul nascere la formazione del vortice(3) atmosferico, ma porta a galla altra acqua calda, che fornisce ulteriore energia termica all’intero processo(4).
« Bene – dirà qualcuno – ma come si spiega, allora, il fatto che gli uragani si abbattono ogni anno sui Caraibi e sui Paesi circostanti e non lungo la rotta della calda Corrente Brasiliana, benché questa, derivando dal ramo sud delle Corrente Equatoriale Atlantica, sia la gemella di quella che si insinua nel Golfo del Messico? »
La domanda è importante e merita una risposta precisa ed esauriente.
Come abbiamo visto all’inizio, il fattore che provoca le perturbazioni atmosferiche è il differenziale termico fra una determinata zona calda della superfice del pianeta e tutta la vasta area fresca circostante.
Ciò, ad esempio, è quanto avviene nel Nord Atlantico lungo il percorso della calda Corrente del Golfo, dove però ben difficilmente le perturbazioni si trasformano in uragani, e questo perché, pur se elevato, il differenziale termico fra superfice calda della corrente e quella fresca dell’oceano circostante non raggiunge mai il livello critico.
Tale livello non viene raggiunto nemmeno lungo le coste del Brasile, e questo perché in quell’area la superfice dell’oceano è fortemente riscaldata dal Sole tropicale.
Al largo del Mare dei Caraibi, invece, tale livello critico è superato per il sopraggiungere da Nord-Est delle fresche acque portate in zona della Corrente delle Canarie, acque, la cui temperatura contrasta in modo netto con quella del ramo Nord della Corrente Equatoriale Atlantica che si inoltra nei Caraibi.


  1. Il minore peso dell’aria calda è dovuta al fatto che, essendo essa meno densa rispetto all’aria fredda, a parità di volume essa contiene un numero nettamente inferiore di molecole, e dunque essa pesa meno.
  2. Come è noto, l’umidità dell’aria è costituita da vapore acqueo e questo è generato dal calore del Sole che, riscaldando l’acqua, la fa evaporare.
  3. Riguardo all’invorticamento delle masse d’aria spinte verso l’alto, la spiegazione del fenomeno richiederebbe uno spazio esorbitante per questa breve esposizione, cosicché, non essendo tale argomento essenziale per l’esposizione in corso, se ne rimanda la trattazione ad altro articolo.
  4. Ed è tale circostanza che spiega il verificarsi degli uragani solo lungo il corso terminale di alcune correnti oceaniche calde.

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