Refrontolo: dopo l’ennesima tragedia, bufera di polemiche e indagini

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Valdagno 3 agosto 2014

«La Protezione Civile non ci ha avvertito del pericolo!» diceva il sindaco di Refrontolo (TV) intervistato dopo la tragedia abbattutasi sulla Sagra dei Òmeni, ed ora si cerca di capire come il fatto possa essere avvenuto. Ma c’è poco da dire: i Meteorologi avevano segnalato la possibile evenienza di temporali di forte intensità nella nostra Regione, dunque, data la situazione orografica dei luoghi in cui doveva avvenire la Sagra, era compito delle Autorità locali prendere i provvedimenti del caso… e questi non potevano che essere l’annullamento o il rinvio della manifestazione.
Si dirà che è troppo facile parlare col senno di poi, ma non è così, perché il luogo sembrava scelto apposta per provocare guai.
Innanzitutto, in caso di forte nubifragio, l’angustia della valle nella zona del Molinetto della Croda e il lieve dislivello fra il piazzale della festa ed il greto del torrente lasciavano facilmente intuire la possibilità di una esondazione, tuttavia, se il montare delle acque fosse avvenuto con la naturale gradualità, la gente avrebbe potuto mettersi agevolmente in salvo e non ci sarebbero state vittime.
La tragedia, invece, è avvenuta a causa di uno sbarramento di detriti trascinati a ridosso di un ponte situato poco a monte del luogo della festa, sbarramento che, dopo aver prodotto un piccolo lago artificiale, ha ceduto all’improvviso precipitando a valle i detriti e l’ingente massa d’acqua al seguito

Ponte San Paolo  (Vicenza)
Si noti, sullo sfondo, l’alta arcata del ponte di S.Michele, a Vicenza: costruito ai tempi della Serenissima, esso non ostacola assolutamente il deflusso delle piene, a differenza di ponte di S. Paolo, in primo piano, costruito solo un secolo fa.

Dunque, la causa prima della tragedia è il ponte che ha impedito il libero deflusso dei detriti trasportati dalla piena.
Sciagure di questo tipo non sono rare in Italia, e questo perché, a differenza di quanto accadeva nell’antichità, in cui i ponti erano costruiti con ampie arcate che non riducevano la sezione dell’alveo dei fiumi ma la superavano in ampiezza per garantire sempre il deflusso delle acque di piena e degli immancabili detriti, noi oggi costruiamo robusti ponti in cemento armato, le cui campate sono piazzate ad un livello più basso del ciglio degli argini per consentire alle strade di mantenersi piane, a livello campagna, evitando così la bruttura delle rampe alle due estremità del ponte.
In tal modo, però, noi riduciamo lo spazio attraverso il quale devono passare le acque di piena (che magari a monte erano agevolmente contenute dagli argini) e facilitiamo l’ingorgo dei detriti galleggianti che tale spazio riducono ulteriormente (quando non lo ostruiscono come nel caso in oggetto).

Infine, prendo lo spunto dalla foto dei ponti di Vicenza per parlare del vecchio ponte detto di Pusterla, il quale presenta due grandi arcate che sostengono un piano stradale caratterizzato da due rampe piuttosto pronunciate, tanto che per secoli le piene sono passate sotto di esso senza procurare danni…
Questo fino a qualche anno fa, quando la spinta prodotta da una piena straordinaria sembra che abbia recato qualche dissesto nella struttura del manufatto minacciandone la stabilità.
Ebbene, certo su consiglio di tecnici qualificati, l’Amministrazione comunale è corsa subito ai ripari facendo eseguire una poderosa opera di rafforzamento della sede stradale tesa ad irrigidire l’intera struttura al fine di rafforzarne la resistenza alla spinta delle piene, e questo senza chiedersi il perché del pericoloso evento!
Se qualcuno si fosse rivolto quella domanda, forse avrebbe ottenuto questa risposta: «Le piene straordinarie non hanno un perché: càpitano e basta! »
Risposta errata!… Le piene straordinarie càpitano quando càpitano ma fanno danni solo quando l’alveo del fiume non è in grado di contenerle… E questo è proprio il caso del ponte di Pusterla.

Ponte Pusterla (Vicenza)
All’ex mulino che si vede sullo sfondo corrisponde, sulla riva opposta, la presa d’acqua e la ruota di un altro ex mulino, entrambi funzionanti un tempo grazie alla grande briglia visibile nella foto, esattamente come avviene poco a monte del ponte. La briglia in foto rialza il piano di scorrimento delle acque di almeno 2 m.

Premesso che le piene eccezionali sono dovute a precipitazioni eccezionali (e queste aumentano di intensità col riscaldamento del clima), ricordiamo che quando l’alveo del Bacchiglione fu alterato dalla costruzione, forse un secolo fa, di due ampie briglie (una a monte ed una a valle del ponte per convogliare l’acqua verso le ruote dei mulini attivi un tempo sulle due sponde ma inattivi già da molti anni) evidentemente il clima non era ancora giunto ai livelli estremi attuali, tuttavia, le piene, che si sono susseguite a ritmo crescente negli ultimi anni, avrebbero dovuto allertare le autorità e indurle a chiedersi se non fosse il caso di eliminare almeno la parte centrale della briglia a valle ormai in disuso da molti decenni, per consentire di abbassare forse di due metri l’alveo sotto le arcate del ponte riportandolo ai livelli originari, cosa che, visto l’andamento del clima, sarebbe consigliabile fare anche se l’emergenza sembra ormai passata.

 


Valdagno 7 agosto 2014

Nei giorni successivi alla tragedia di Refrontolo, gli Amministratori locali hanno mostrato, documenti alla mano, che l’intera valle a monte del Molinetto della Croda era stata dichiarata dai Geologi esente da rischio idrogeologico.

Se per “rischio idrogeologico” si intende “pericolo di frane e smottamenti dovuti a cedimenti strutturali della montagna”, a giudicare dalla tipologia e dalla giacitura degli strati rocciosi della zona quella dichiarazione dei tecnici appare corretta.

Tuttavia, la ristrettezza della gola in cui è avvenuta la tragedia lascia intendere che, grazie ai detriti alluvionali, in caso di piena il torrente assume una capacità di erosione notevole; capacità certo dovuta alla presenza, a monte del sito, di un “bacino imbrifero” di tali dimensioni da consentirgli, in caso di nubifragio, di raccogliere una quantità d’acqua e detriti potenzialmente molto pericolosa.

Ma i Geologi non sono Climatologi, così, evidentemente, di questo fatto essi non erano tenuti ad avere cognizione e non ne hanno tenuto conto, così come non ne hanno tenuto conto i Tecnici che hanno progettato il modesto viadotto a monte del Molinetto della Croda: quel ponte basso sull’acqua, che ha bloccato ramaglie, balle di fieno ed altri detriti, i quali hanno provocato la formazione di un lago, le cui acque di piena dapprima sono tracimate provocando l’innalzamento del torrente fino a superare di mezzo metro il piazzale della festa, allagando anche il capannone ma non allarmando le persone che anzi si sono perse a riprendere la scena (e fra queste anche i quattro che poi sono morti); poi, col cedimento improvviso dello sbarramento, la massa d’acqua e di detriti del laghetto a monte del ponte è precipitata travolgendo tutto: capannone con tutti gli arredi, automobili  e persone.

D’altra parte, benché il buon senso non dovrebbe mancare a degli Amministratori pratici della “fisiologia” del loro territorio, essi non sono tenuti a giudicare i pareri dei Tecnici: a scanso di responsabilità spiacevoli, infatti, ad essi basta adattare le loro scelte a detti pareri e poi metterli al sicuro in archivio, a futura memoria in caso di guai, proprio com’è avvenuto a Refrontolo!

Per evitare la tragedia, sarebbe forse bastato che qualcuno, pratico dei luoghi e dei problemi che possono derivare dai capricci del clima, avesse compreso che si stava innescando una trappola  mortale e avesse dato l’allarme: ho detto però forse, e questo perché spesso la folla in festa non bada agli allarmi se non quando è troppo tardi, spece se detti allarmi richiedono spiegazioni che non interessano ai gaudenti e se, come avviene di solito, sono lanciati da persone non autorevoli.

Da ciò, a mio parere, si comprende chiaramente quanto potrebbe essere utile la formazione, nell’ambito della Protezione Civile, di persone pratiche del territorio e preparate ad affrontare i vari problemi che potrebbero interessarlo: dunque, non individui specializzati (come i geologi, ad esempio), ché quelli non mancano certo nella nostra Regione, ma persone dotate di vaste conoscenze (non specialistiche) e di buon senso, capaci di lavorare in squadra e di collegare tra di loro fatti inerenti a diverse discipline scientifiche, al fine di farne una sintesi tesa a fornire una panoramica d’insieme delle situazioni di rischio, panoramica che la Protezione Civile Alpina, col prestigio derivante dalle benemerenze acquisite in anni di attività, potrebbe sottoporre all’attenzione delle Autorità con qualche non remota speranza di ottenere udienza.

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