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FINALMENTE IL CLIMA È CAMBIATO

La scorsa estate, al termine di una mia conferenza sulle Cause Reali delle Mutazioni Climatiche, uno dei presenti, appassionato ambientalista e acceso sostenitore della teoria sull’Effetto Serra, si presentava con nome, cognome e professione (medico nel locale Ospedale) e respingeva in toto le mie argomentazioni.
Alle mie ripetute richieste di esporre le sue obiezioni, al fine di discuterne dato che il nostro programma è Discutiamo la Scienza, quella persona rifiutava di dire la sua perché la validità della Teoria sull’Effetto Serra è sostenuta dalla stragrande maggioranza degli Scienziati di tutto il mondo ed è confermata dalla mitezza dello scorso inverno e dalla calura dei mesi estivi dell’anno in corso (2.017)[1], cosicché metterne in dubbio i fondamenti scientifici (che rifiutava di enumerare) significava addirittura essere dalla parte dei grandi produttori di CO2 responsabili del riscaldamento globale in atto.
Di fronte a tale deciso atteggiamento di chiusura mentale non c’era niente da fare: non mi restava perciò che rispondere ad alcune domande avanzate da altre persone (che tuttavia non riuscirono a riscaldare il clima del dibattito) e chiudere quell’incontro che, differenza di altre serate assai più vivaci, si concludeva in tono minore.
All’esterno della sala delle conferenze, però, l’interesse dei convenuti per l’argomento si riaccese, così qualcuno mi fece notare che, non essendo uno scienziato del clima, quel medico disturbatore era un semplice appassionato, le cui convinzioni senza prove non avevano alcun peso dato che, come insegna la Storia della Scienza, non sono i Titoli che garantiscono la credibilità delle persone, ma sono le argomentazioni basate sui fatti che garantiscono il progresso della Conoscenza.
Quei discorsi mi rincuorarono, così decisi che, se mi fossi imbattuto in un altro disturbatore di quel genere, avrei saputo come difendere la serena atmosfera delle serate…
Alcuni mesi più tardi, si era già nel mese di novembre del 2017, appresi da una rubrica televisiva che le Balene erano praticamente scomparse dal mar Tirreno, area che negli ultimi decenni avevano frequentato sempre più numerose per il nutrimento estivo, e il fatto sembrò non preoccupare i Biologi marini, tanto che su INTERNET essi continuavano a pubblicare i trionfalistici resoconti degli avvistamenti[2].
Ebbene, l’esodo delle balene dal Tirreno era seguito dall’arrivo in zona di spece ittiche tipiche dei climi temperati-caldi, come il grande Squalo Bianco, la Verdesca e, di recente, il Mako (raro squalo di acque calde) e ciò, in base alle mie tesi sulle Cause Reali Delle Mutazioni Climatiche, mi fece pensare che nel Bacino Mediterraneo dovevamo essere alla vigilia di un deciso cambiamento del Clima, e non verso un caldo torrido, come qualcuno si azzardò a proporre per l’arrivo degli squali testè elencati.
Le mie impressioni sembrarono confermate quando una giovane balena si arenò sfinita sulla costa toscana e, mentre nessuno si muoveva per analizzare le cause del suo decesso, il povero animale finì con l’andare in disfacimento tra il rimpallo di competenze dei diversi Enti.
Riferite le mie convinzioni a varie persone interessate all’andamento del Clima, dovetti spiegare loro il perché di quelle mie (azzardate per alcuni) previsioni, e ciò mi suggerì l’idea di riportare il tutto sul nostro Sito Internet, per consentire ai nostri Amici di verificarne la fondatezza.
Innanzitutto dunque, ricordiamo che la piovosità sulle nostre Regioni è andata diminuendo progressivamente negli ultimi decenni proprio in corrispondenza dell’aumento dei Cetacei nel Tirreno: poi ricordiamo che le Balene si nutrono del Krill, l’immensa riserva di larve e di micro-crostacei che si nutrono del Plankton, la componente animale del quale, lo Zooplankton, si nutre della componente vegetale, il Fitoplankton, il quale è costituito da microalghe alimentate dalle sostanze minerali immesse nelle acque marine dall’attività idrotermale, e spesso anche effusiva, operata dal centinaio di vulcani attivi sul fondo del Tirreno.
Ma…- si dirà – come c’entra tutto questo col clima del Mediterraneo?
C’entra eccome!… State a sentire.
Come abbiamo ampiamente dimostrato nello studio sul Clima pubblicato anni fa su questo stesso Sito, l’attività idrotermale prodotta dai vulcani sottomarini immette nelle profondità marine incalcolabili masse di acqua caldissima (ad oltre 400 gradi!) la quale, essendo fortemente espansa a causa della sua temperatura (ed essendo perciò leggerissima) schizza verso l’alto disperdendo per via la propria carica termica, che a sua volta riscalda altre crescenti masse di acqua coinvolgendole nella risalita.
Conoscendo la grande conducibilità termica dell’acqua, è facile immaginare la quantità crescente di essa che viene trascinata verso l’alto, ma altrettanto facile è immaginare quanto rapidamente essa veda scemare la propria temperatura per la diffusione della sua energia termica nell’ambiente acqueo circostante: e difatti, avviene che l’acqua in risalita giunga in prossimità della superfice conservando solo un residuo della temperatura iniziale, la quale risulta inferiore a quella delle acque superficiali… così, pressata dalla continua risalita di altra acqua, essa deve forzatamente diffondersi sotto la medesima superfice, con le cui acque si mescola poi per attrito abbassandone perciò la temperatura[3].
Il corso di questi fenomeni, dunque, produce sulla superfice del Tirreno una vasta area di acqua più fresca rispetto al resto del mare circostante, area fresca che, bloccata ad Ovest dalla Sardegna e dalla Corsica, sotto la spinta di una Corrente marina proveniente dall’Atlantico si estende verso Nord, portando nel Mar Ligure le proprie acque ricche di Plankton e di Krill ed instaurandovi le condizioni che, a detta degli Ambientalisti marini, di questo mare hanno fatto la Casa di Villeggiatura dei Cetacei più grandi del Mediterraneo.
Ora, certo qualcuno ricorderà le ripetute delusioni causate negli ultimi tempi dalle perturbazioni atlantiche, le quali secondo i Meteorologi dovevano portare sulle nostre assetate Regioni la tanto agognata pioggia o la neve, e che invece, giunte sul Mediterraneo occidentale, deviavano quasi sgommando verso Nord portando la pioggia e la neve a Nord delle Alpi: ebbene, quelle repentine deviazioni, che contraddicevano le previsioni meteo basate esclusivamente sugli studi atmosferici, erano causate dal robusto bastione generato dall’aria che, raffreddata dalla fresca temperatura del mare, si appesantiva al suolo per fare spazio ad altra aria in discesa dall’alto, la quale generava in tal modo una Corrente Discendente con moto rotatorio in senso orario, moto tipico dei nuclei di Alta Pressione!
Dunque, era la forte attività idrotermale sul fondo del Tirreno che generava le condizioni di Alta Pressione che provocavano il clima arido che ha caratterizzato l’anno 2017, e nel contempo, quella medesima attività produceva la fertilità delle acque dello stesso mare, a cui si doveva la cospicua presenza di Cetacei nella loro cosidetta casa di villeggiatura.
Quando poi, per qualche motivo, quell’attività idrotermale è cessata (o si è notevolmente affievolita) si è altrettanto notevolmente ridotta la fertilità delle acque, fenomeno a cui si deve la forte riduzione del Krill che ha fatto allontanare le Balene: solo una di quelle è rimasta, attardandosi forse perché troppo giovane per capire quand’era ora di sloggiare e, sfinita per la penuria di viveri, è venuta a spiaggiarsi sulla costa della Toscana sperando forse nel soccorso dell’Uomo come era avvenuto già varie volte in altri mari, soccorso che però non è venuto perché gli esperti non hanno saputo comprendere le cause reali della sua resa letale.
E quando quell’attività idrotermale è cessata (o si è notevolmente affievolita), ha subito un progressivo rallentamento[4] anche il meccanismo che originava ed alimentava il robusto bastione anticiclonico che, deviando le perturbazioni atlantiche verso il Centro Europa, impediva la loro corsa verso le nostre Regioni, cosicché finalmente ora possiamo godere della neve (caduta in abbondanza nell’inverno del 2018) e della pioggia (invero talvolta eccessiva), tanto che entrambe le precipitazioni sono avviate a ripristinare le scorte d’acqua e l’equilibrio idrogeologico del nostro territorio fortemente compromesso dalla crescente siccità degli ultimi anni.
Ma sarà proprio così?… Al Futuro la risposta sicura!


[1] Tale atteggiamento di rifiuto al confronto delle idee è tipico delle persone abituate ad imparare a memoria gli argomenti senza tuttavia comprenderli, cosicché non sono in grado di sostenere un dibattito sulla materia in oggetto.

[2] Va detto però, che il Golfo Ligure è frequentato dai Cetacei soprattutto nei mesi estivi, cosicché il loro esodo autunnale da quell’area potrebbe forse rientrare nella normalità.

[3] Ricordiamo che la Rotazione Terrestre gioca un ruolo fondamentale nel processo che stiamo descrivendo: a grande profondità, infatti, le acque compiono una circonferenza del pianeta più breve rispetto a quella che poi sono costrette a compiere in superfice, cosicché per inerzia esse si attardano verso Ovest scorrendo sotto le acque superficiali con le quali poi si mescolano abbassandone la temperatura.

[4] I cambiamenti della temperatura e della fertilità dei mari non sono mai immediati, ma costituiscono processi spesso assai lunghi, i quali, evitando gli sbalzi traumatici, consentono alla Natura di adeguarvisi.

 

L’ORIGINE DEL TERRITORIO VICENTINO ED I SUOI MINERALI

Come i mattoni che formano un muro, pur essendo saldamente cementati fra di loro, rimangono chiaramente distinguibili gli uni dagli altri, così i Minerali, che sono i componenti delle Rocce, all’interno di queste conservano la loro identità individuale: ad esempio, nel Granito, che è una roccia plutonica molto robusta, sono chiaramente distinguibili la Biotite (di colore nero), l’Ortoclasio (di colore rosa), l’Albite (di colore bianco), ed il Quarzo (incolore).
A loro volta, i minerali sono formati da vari Elementi; questi però sono così intimamente legati fra loro da formare un tutto uniforme: così ad esempio, in un cristallo di Calcite non è possibile distinguere il Calcio, il Carbonio e l’Ossigeno che la compongono.
Ogni tipo di roccia ha la sua combinazione caratteristica di minerali, la quale è dovuta alle condizioni che si sono verificate nel territorio al momento della sua formazione e ciò consente, a Chi conosce i minerali e le rocce, di leggere in essi la Storia degli avvenimenti che hanno portato alla loro formazione.

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LA SCOMPARSA DEI DINOSAURI – teorie a confronto

Scheletro di Ciro

Elaborato nell’estate del 1991 ma pubblicato nel 1997 in un opuscolo della serie Appunti Ambiente del Centro Studi e Ricerche Area Veneta e nel Bollettino FAAV (organo d’informazione interna della Federazione delle Associazioni Archeologiche Venete) e nel 1998 su un mensile del Vicentino, il presente Studio si prefiggeva di fare chiarezza sulle cause reali che portarono alla scomparsa dei Dinosauri. Scomparsa che avvenne nel corso di una lenta progressione durata diversi milioni di anni, e ciò in contrasto con quanto proposto dalla teoria basata sulla repentina catastrofe planetaria provocata dalla caduta di un grosso asteroide nel Golfo del Messico

, teoria sostenuta tutt’ora dalla Divulgazione Scientifica, la quale sovente si adegua acriticamente al pensiero dominante del momento.

Incoraggiato dal sostegno di vari Studiosi, ripropongo in questa Sede il mio Studio sulla materia poiché, a distanza di tanti anni, esso risulta conservare tuttora intatta la sua validità.

[Scarica l’opuscolo: LA SCOMPARSA DEI DINOSAURI – teorie a confronto(PDF 1,8 MByte)

TERREMOTI E TSUNAMI

Considerazioni sul comportamento umano di fronte ad immani catastrofi avvenute in questo inizio di millennio

I recenti terremoti, che hanno interessato l’area appenninica dell’Italia centrale, hanno riproposto al grande Pubblico il disorientamento degli esperti di fronte ai fenomeni sismici, disorientamento evidenziato dalla indeterminatezza dei loro tentativi di spiegazione rilasciati ai mezzi di comunicazione, e ciò sembra riportare alla stretta attualità quanto pubblicai anni fa sulla materia.[1]
Prima però di quell’articolo gradirei che fossero lette anche le seguenti considerazioni tese a spiegare il tono non proprio di plauso nei confronti di certi luminari della Sismologia non solo italiana.
Com’è noto, il 26 dicembre 2004, poco al largo delle coste indonesiane che si affacciano sull’oceano Indiano, si verificò un violentissimo terremoto sottomarino, il quale, in quanto di carattere sussultorio, non provocò le distruzioni ed i lutti che ci si sarebbero potuti aspettare a causa della sua violenza.[2]
Ebbene, se gli scienziati del Sud-est asiatico avessero saputo comprendere i chiari segnali di avvertimento offerti loro dagli avvenimenti in corso,[3] avrebbero potuto scongiurare una immensa catastrofe umanitaria, ma così non avvenne: incapaci di discernere fra le conseguenze di un sisma sottomarino di carattere sussultorio da quelle di un sisma ondulatorio, e convinti forse che l’esiguità dei danni materiali significasse che non c’era ulteriore pericolo, benché il sisma fosse stato di carattere sussultorio i geologi attivi in quell’area ritennero di non lanciare alcun particolare allarme[4]
E quella decisione, accolta dalle autorità rispettose dell’opinione degli esperti, condannò ad una morte orribile circa 250mila persone ignare del pericolo tsunami che incombeva su tutte le coste dell’oceano Indiano.[5]
A contrario, notando il rapido ed anomalo ritiro delle acque dalla spiaggia ed intuendo l’imminente pericolo di maremoto, un ragazzino inglese in vacanza con la famiglia in Tailandia riferì subito le sue osservazioni ai genitori, i quali avvertirono immediatamente le autorità locali che, accogliendo fortunatamente la segnalazione benché questa non provenisse da esperti professionisti, lanciarono l’allarme tsunami consentendo alla popolazione di mettersi in salvo, tanto che in quell’area, non ostante i gravissimi danni prodotti dalle onde di maremoto, non vi furono vittime.
Dunque, mentre l’opinione di un inesperto ragazzino consentiva la salvezza di migliaia di vite, l’autorevolissima opinione degli esperti di professione condannava a morte centinaia di migliaia di altre persone[6].
La conferma dell’autorevolezza (cioè affidabilità) dell’opinione di quegli esperti di professione si ebbe il giorno di Pasquetta dell’anno successivo, quando nella medesima area si verificò un altro violentissimo terremoto che, essendo questa volta di carattere ondulatorio, provocò immani distruzioni che causarono innumerevoli vittime: ebbene, pur se il carattere ondulatorio del nuovo sisma escludesse la possibilità di maremoti, questa volta gli esperti lanciarono l’allarme tsunami, il quale puntualmente non si verificò

Terremoto dell’Aquila

Un fenomeno per certi versi analogo avvenne qualche anno dopo in Italia centrale, nella zona dell’Aquila, dove un prolungato sciame sismico produsse diversi danni mantenendo la popolazione in costante apprensione: ebbene, confrontando le sequenze sismiche con i grafici prodotti dai sofisticati sismografi dei laboratori sotterranei del Gran Sasso dov’era impiegato, ad un tecnico parve di poter prevedere l’approssimarsi delle scosse più pericolose e cominciò a diffondere le sue osservazioni che presto divennero di dominio pubblico.
Risentiti per l’indebita ingerenza nel campo della loro esclusiva competenza, i luminari che seguivano gli eventi ottennero dalle autorità che a quel tecnico fosse proibito di diffondere il panico fra la popolazione, dopo di che, per tranquillizzare tutti, dissero che non c’erano pericoli.
Rassicurati, molti degli abitanti della zona tornarono nelle loro case, mentre gli studenti universitari tornarono nel loro Istituto… E poi avvenne la tragedia: una scossa molto più violenta delle altre seminò devastazione e morte nell’area dell’Aquilano…
Oltre alle consuete condoglianze ed ai discorsi di rito delle autorità, il fatto destò il risentimento dei parenti delle decine di vittime, morte a loro dire per avere dato ascolto alle parole dei luminari, e fioccarono le denunce, a cui seguirono processi di durata pluriennale; processi conclusisi non molto tempo fa con una sorprendente sentenza di assoluzione, perché i terremoti non sono prevedibili e dunque i luminari non hanno colpe!
E qui sorge spontanea una domanda: Se i terremoti non sono prevedibili, come si fa a prevedere che non avverranno?
Il confronto con quei fatti ormai lontani richiama l’attenzione sull’evidente inadeguatezza della Sismologia di fronte ai problemi posti dalla serie di violenti terremoti (e delle loro innumerevoli repliche) che da mesi stanno scuotendo una vasta area dell’Appennino centrale, terremoti riguardo ai quali i notiziari televisivi hanno largheggiato nel trasmettere le opinioni dei Geologi, in particolare di quelli specializzati in Sismologia, di fatto quasi obbligandoli a spiegare in qualche maniera la meccanica degli avvenimenti.
In tal modo, agli Ascoltatori, ma sopratutto ai poveri Terremotati ed alle Autorità preposte alla gestione dell’emergenza, sono stati elargiti una quantità di discorsi confusi e inconcludenti, corroborati però da una quantità di termini tecnici oscuri e sovente espressi in inglese (si sa, l’uso dell’inglese rende meglio l’idea di scientificità delle argomentazioni e poi risulta efficacissimo per coprire il vuoto dei discorsi).
In particolare, gli Esperti hanno accentrato le loro argomentazioni sulla riattivazione di una cosidetta “faglia” dovuta alla Tettonica delle Placche[7], riattivazione a cui si sarebbe poi associato il risveglio di faglie vicine, cosa che spiegherebbe il lungo protrarsi nel tempo delle scosse e la progressiva estensione delle aree interessate dai fenomeni.
A conferma delle loro affermazioni, gli Esperti mostravano delle vistose crepe nei terreni (definite faglie) e, in particolare, una lunga fessura sul versante di uno dei monti che coronano l’area disastrata.
Ebbene, quelle crepe presentano il margine a valle alquanto ribassato rispetto al livello originale attestato dal margine a monte e ciò, oltre all’esiguità della loro larghezza (da qualche centimetro a neanche mezzo metro)[8] dimostra che il sisma non è stato provocato dalla dislocazione di una placca locale della Crosta terrestre causata da movimenti in profondità del Magma, ma si tratta di una serie di assestamenti di masse rocciose non molto profonde (si parla di 8 o 10 Km di profondità) dovuti al processo di compattazione, che da sempre interessa le montagne giovani (cioè formate da un corrugamento recente della Crosta) caratterizzate da Deficit Gravitazionale, cioè dalla presenza di una quantità di vuoti, i quali determinano una densità (e dunque un peso) nettamente inferiori a quelli che dovrebbero essere in base al volume apparente delle montagne stesse.

Ed ora passiamo alla lettura dell’articolo intitolato LA VOCE DELLA TERRA .

5 dicembre 216

Sono gradite osservazioni e critiche motivate da inviare a:  gianni_bassi@alice.it


Appendice a  TERREMOTI E TSUNAMI: Considerazioni sul comportamento umano di fronte ad immani catastrofi avvenute in questo inizio di millennio

La sera di lunedì 20 marzo 2017, in Palazzo Festari a Valdagno, invitato dal locale Istituto Tecnico Industriale, il sismologo Alessandro Amato (dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia) ha presentato il suo libro dal titolo SOTTO I NOSTRI PIEDI: STORIE DI TERREMOTI, SCIENZIATI E CIARLATANI.
Terminata la lunga esposizione della materia trattata, durante la quale l’Autore non ha lesinato gratuite derisioni riguardo agli Appassionati, che egli (bonariamente dice lui) definisce ciarlatani, al momento delle domande da parte dei presenti, io chiesi come mai, in occasione del terremoto dell’Aquila, i Sismologi avevano tranquillizzato la popolazione dicendo che non c’era alcun pericolo, se da sempre essi affermano che i terremoti non sono prevedibili.
Per rispondere, l’autore si profuse in una lunga e fumosa dissertazione, il succo della quale era: dopo le scosse pomeridiane, per prudenza gli Aquilani avrebbero dovuto trascorrere la notte all’aperto (dunque erano morti per essere stati imprudenti) eppoi, nessuno dei Sismologi aveva detto che non c’era pericolo: si sarebe trattato di una voce dovuta ad un malinteso e sparsa da chissà chi.
A questo punto, però, sorge un’altra domanda: Se nessuno dei Sismologi aveva assicurato che non c’era pericolo, la loro assoluzione avrebbe dovuto essere stata “per non aver commesso il fatto”, non perché essi non erano responsabili poiché i terremoti non si possono prevedere!
Dunque, la lunga dissertazione in difesa dei colleghi di quel signore (che si definisce scienziato) non sta in piedi… e per di più appare offensiva nei confronti delle vittime di quel terremoto!
Mancando altri interventi, sempre a proposito di ciarlatani chiesi come mai, in occasione dell’allarme terremoto previsto a Roma per l’l’11 maggio 2011, in un’intervista televisiva l’eminente scienziato (che, a detta del Relatore, era stato il suo capo nel dipartimento di Sismologia dell’INGV) disse che non c’era memoria di terremoti a Roma da tremila anni a questa parte, quando a Roma sono documentati ben 24 grossi episodi sismici, molti dei quali provocarono gravissimi danni ai monumenti.
Alla precisa domanda, lo scienziato abbozzò un imbarazzato tentativo di difesa del suo capo, tentativo che si potrebbe riassumere così: beh, cosa vuole, il mio capo è fatto così, a volte spara le cose senza pensarci tanto su!

Ebbene, questa giustificazione, se si può definirla tale, fa sorgere un’altra domanda:
Ma chi sono i Ciarlatani?…

La risposta al Lettore!


[1] Si veda l’articolo dal titolo La voce della Terra.

[2] Quando non sono causati da attività vulcanica, i terremoti sussultori sono provocati da assestamenti verticali di cospicue masse crostali profonde, assestamenti a cui consegue una più o meno accentuata subsidenza della soprastante area superficiale. A differenza dei sismi ondulatori (che, scuotendo orizzontalmente le costruzioni, ne disgregano le strutture provocando gravissimi danni o addirittura la completa distruzione) pur se violento, l’improvviso sobbalzo verticale prodotto dal sisma sussultorio non provoca in genere gravi danni negli edifici.

[3] Quando il terremoto si verifica in area oceanica, a seconda della sua natura le conseguenze da esso provocate sono diversissime: il sisma ondulatorio, infatti, consistendo in scuotimenti orizzontali della crosta, non provoca in genere variazioni di livello nel fondale; al contrario, il sisma sussultorio è generato dalla repentina subsidenza del fondale, e ciò provoca un immediato abbassamento della superfice marina, cioè una depressione, per colmare la quale viene richiamata acqua da tutte le direzioni, anche da grandissima distanza, determinando il fenomeno dell’arretramento del mare dalle linee di costa di tutto il bacino interessato dal terremoto.

[4] Associato alla forza del fenomeno sismico, l’arretramento del mare dalle linee di costa costituisce l’avvertimento sicuro che si sta organizzando un maremoto.
Provenendo infatti da tutte le direzioni e da grandissime distanze dove si erano ritirate dalle linee di costa, ed accorrendo a grandissima velocità, quelle acque giungono sempre in quantità enormemente superiore a quella necessaria a colmare la depressione della superfice marina provocata dalla subsidenza del fondale, cosicché, sullo slancio della velocità a cui hanno viaggiato, giunte nell’area del sisma esse producono un vasto accumulo, il quale si accresce via via sotto la spinta di altra acqua che continua a precipitarsi in zona. Quando infine il peso dell’accumulo acqueo giunge a pareggiare e poi a superare la forza della spinta dell’ultima acqua in arrivo, esso comincia a squagliarsi rapidamente rispedendo in tutte le direzioni ed a grandissima velocità l’acqua in eccesso, acqua che innesca così la formazione della micidiale onda dello tsunami destinata ad abbattersi sulle coste con violenza devastante, per poi ritirarsi nuovamente verso l’epicentro del fenomeno dove torna ad accumularsi per poi rilanciarsi contro le coste in un andirivieni disastroso che si protrae fino ad esaurimento dell’energia.

[5] Data la vastità dell’oceano interessato dal fenomeno sismico, la fase di accumulo delle acque in zona (con conseguente ritiro dalle linee di costa) poté durare diverse ore, cosicché, se gli scienziati del Sud-Est asiatico avessero compreso ciò che stava maturando nella loro area di competenza, sarebbe stato loro possibile allarmare per tempole autorità e le popolazioni rivierasche salvando gran parte delle vittime, che invece, a causa della loro inerzia, furono falciate dallo tsunami.

[6] È possibile forse che, constatando l’esiguità dei danni,  quegli esperti abbiano taciuto per paura di brutte figure nel caso in cui lo tsunami non si fosse formato. Ciò tuttavia, più che un’attenuante, costituirebbe una gravissima prova della loro scarsa competenza

[7] Va notato però, che i movimenti crostali causati dalla Tettonica delle Placche sono dovuti ai movimenti del Magma al disotto della Crosta terrestre, i quali avvengono a molte decine di kilometri di profondità, mentre le scosse sismiche in oggetto sono dovute ad assestamenti di ammassi crostali a  profondità di soli 8 o10 Km!

[8] Quante di quelle fessure, pur se meno vistose, compaiono sull’asfalto delle nostre strade di montagna per segnalare un cedimento in corso nel terreno sottostante!

Sacerdoti guerrieri dell’età del ferro?

(Articolo pubblicato su IL GIORNALE DI VICENZA  del 28 giugno 1991)

Sacerdoti
Contrariamente a quanto si potrebbe credere, le scoperte in campo archeologico avvengono in genere ad opera di semplici Cittadini più che dagli Addetti ai lavori. Ciò appare naturale se si pensa all’esiguità del personale delle Soprintendenze ed al fatto che i musei, al pari dei penitenziari, dispongono praticamente solo di personale amministrativo e di custodia!…

Ecco dunque, motivata l’insostituibile funzione dei semplici Cittadini di buona volontà, a cui merito vanno ascritte scoperte innumerevoli e a volte di eccezionale importanza.  Alcune di queste si sono verificate anche nel territorio vicentino, come ad esempio, nel 1959, la scoperta e il provvidenziale recupero delle ormai famosissime “laminette paleovenete” finite in una discarica col materiale di scavo proveniente da un cantiere edile situato in pieno centro a Vicenza: si tratta di un centinaio di laminette in bronzo (ma alcune sembra che siano in argento) tutte decorate a sbalzo con figure di vario soggetto.

Processione
Una delle più curiose di tali laminette è certamente quella che reca sbalzate le figurine di tre personaggi in movimento verso destra, i quali, nel catalogo pubblicato all’uopo nel 1963, sono visti come “alti dignitari o sacerdoti nello svolgimento di un rituale” .

A parte il loro abbigliamento, che è abbastanza comune presso i popoli italici di epoca preromana, quello che salta agli occhi è il tipo di acconciatura dei capelli nei tre personaggi: il loro capo, infatti, appare rasato solo in parte (mentre presso gli antichi Veneti la rasatura era generalmente completa) risparmiando una fascia longitudinale, i cui capelli formano una vistosa cresta (forse raccolta a treccia) che scende fin sulle spalle.

Bassorilievo Anatolico
Questa strana acconciatura sembra non avere finora riscontri in Italia[1] ed è quindi di difficile interpretazione; tuttavia, poiché in altre laminette appaiono delle creste, le quali tuttavia sono formate da pennacchi posti sul capo di danzatori riferibili al culto dei morti, potrebbe forse essere possibile ipotizzare un rapporto con tale culto anche per i nostri tre personaggi. Il capofila di questi, però, porta un copricapo che sembrerebbe escludere tale ipotesi, poiché appare anche sul capo di una fila di guerrieri sbalzati sulla celebre Situla della Certosa, un grande vaso in lamina bronzea rinvenuto nei pressi di Bologna; tali guerrieri, però, non hanno la cresta ma sono totalmente rasati! E allora sorge la domanda: i personaggi della nostra laminetta sono sacerdoti o guerrieri?

L’una ipotesi non esclude l’altra: abbiamo testimonianze sicure che attestano come spesso, nell’antichità, i sacerdoti potessero essere anche guerrieri, come l’eroe germanico Erminio, ad empio, il quale, nei primi anni del primo secolo dopo Cristo,  portando le insegne sacerdotali di un culto tribale  guidò  l’imboscata che,nella selva di Teutoburgo, portò alla totale disfatta delle legioni romane condotte da Varo.

Sfilata guerrieri
Del resto, l’idea del sacerdote guerriero doveva essere ben radicata in Europa anche in piena età cristiana, tanto che, nel medioevo, poterono sorgere ordini di monaci guerrieri come i Templari, i Cavalieri di Malta ed i Cavalieri Teutonici.


Note

[1] Un’acconciatura simile, però, appare in un bassorilievo anatolico di epoca ittita.

Ci sono analisi e analisi

 

 

 

 

 

Cosa non si fa per timore… o per danaro!
Entrambe le cose inducono a comportamenti, che in condizioni normali verrebbero giudicati assurdi… o,  peggio, riprovevoli.


Questo opuscolo costituisce la sintesi di due articoli che proposi ad un quotidiano vicentino: il primo fu consegnato nei giorni successivi all’annuncio della prossima realizzazione degli esami al carbonio 14 del tessuto della Sindone per determinarne scientificamente l’età, ed il secondo subito dopo la pubblicazione delle datazioni risultanti dai suddetti esami .

Pur se giudicati assai interessanti, i due articoli non furono mai pubblicati perché, secondo il Redattore della pagina della cultura di quel quotidiano, non avevo  “titoli” sufficenti per osare di contraddire pubblicamente i Grossi Calibri della Scienza[1].

Per rimediare a tale rifiuto, qualche anno più tardi, in seguito al ritorno d’interesse per le vicende della Sindone suscitato dall’incendio che aveva colpito il duomo di Torino (al cui interno è custodito il Sudario recante l’immagine straziata di Cristo) nel ’97 pubblicai una sintesi dei due articoli sul Bollettino FAAV (l’organo interno della Federazione delle Associazioni Archeologiche Venete) sintesi, che venne poi presentata nella collana “Appunti di Archeologia” della stessa FAAV.

QUANDO LA CONOSCENZA SI FA SCIENZA

Fg. 2. Donald Johanson (a sin.) sta ricomponendo le ossa di Lucy sotto l’occhio del fotografo.

Fg. 2. Donald Johanson (a sin.) sta ricomponendo le ossa di Lucy sotto l’occhio del fotografo.

Leggendo “Lucy”, il libro nel quale Donald Johanson parlava della scoperta, nella regione di Hadar, in Etiopia, dello scheletro di ominide che lo rese celebre in tutto il mondo come paleontologo, rimasi colpito dalla meticolosità e dalla pervicacia, di cui diedero prova gli studiosi addetti alla datazione delle rocce inglobanti il giacimento fossilifero nel quale furono trovate, appunto, le ossa della femmina di ominide che sarebbe diventata famosa col nome di Lucy.

Nella foto, Donald Johanson (a sin.) sta ricompo-nendo le ossa di Lucy sotto l’occhio del fotografo

 La cocciuta insoddisfazione degli scienziati per i risultati, che via via conseguivano con i diversi procedimenti di analisi a cui sottoponevano i campioni di roccia, aveva precise e fondate motivazioni: si trattava di stabilire senza ombra di dubbio l’età di quello, che poteva essere il più antico e completo scheletro umano fino ad allora rinvenuto, le cui caratteristiche somatiche, tuttavia, apparivano straordinariamente più moderne di quelle di altri ominidi, pure ritrovati in Africa orientale, ma notevolmente meno antichi.

«Occorrevano date assolutamente indiscutibili dal punto di vista scientifico – diceva l’Autore – prima che potessi … elaborare una solida ipotesi … su ciò che erano gli ominidi di Hadar. In questa ipotesi, la loro età era di importanza primaria

Il compito di scegliere i campioni di roccia da analizzare fu affidato allo stesso geologo, che aveva eseguito il rilevamento geologico della zona e che sapeva quindi dove mettere le mani.

Operando con cura nei vari strati rocciosi, furono raccolti dei campioni di tufo vulcanico e di basalto, i quali furono poi inviati a certo James Aronson, esperto in datazioni delle rocce e ideatore di un apparecchio in grado di operare sulle rocce ignee col metodo del potassioargon, metodo basato cioè sulla determinazione del decadimento del potassio 40 (un isotopo instabile del normale potassio contenuto nelle rocce vulcaniche) in argon, un gas raro e pesante emesso normalmente dai terreni vulcanici.

Aronson scartò subito le ceneri vulcaniche, perché c’era la possibilità (non la certezza) che contenessero particelle di roccia di età diversa strappate dalle pareti del camino vulcanico durante l’eruzione, particelle che avrebbero potuto falsare i risultati delle analisi!

Fg. 3. Il basalto è una roccia effusiva pesantissima ed estremamente compatta, il cui colore nero è dovuto all’alto contenuto di ferro. Quando questo materiale viene eruttato in grandi masse, il rapido raffreddamento (spece se a contatto con l’acqua) produce sovente una profonda fessurazione a reticolo esagonale, che dà origine al cosidetto “basalto colonnare”, come nel caso della spettacolare “scala dei giganti” in Irlanda.

Fg. 3. Il basalto è una roccia effusiva pesantissima ed estremamente compatta, il cui colore nero è dovuto all’alto contenuto di ferro. Quando questo materiale viene eruttato in grandi masse, il rapido raffreddamento (spece se a contatto con l’acqua) produce sovente una profonda fessurazione a reticolo esagonale, che dà origine al cosidetto “basalto colonnare”, come nel caso della spettacolare “scala dei giganti” in Irlanda.

Lo studioso non fu contento neppure dei campioni di basalto, benché questi fossero stati raccolti da mani esperte, e tuttavia li analizzò ugualmente: il risultato ottenuto però non lo convinse per niente, cosicché egli pretese di andare di persona a raccogliere i campioni da analizzare  «perché – diceva – lo stato dei campioni non è meno importante dei campioni stessi!»

Portato a casa il nuovo materiale e sottopostolo ad analisi, Aronson non fu ancora soddisfatto poiché, osservati al microscopio, anche i campioni migliori davano l’impressione di una possibile alterazione!

Determinato a non arrendersi, lo studioso decise di verificare i risultati ottenuti col potassio-argon mediante l’esame del paleomagnetismo, esame che sfrutta le periodiche inversioni di polarità del magnetismo terrestre[2] consentendo di realizzare, per le rocce risalenti alle ultime decine di milioni di anni, delle tabelle dei  periodi magnetici databili con buona approssimazione.

Ebbene, per i campioni di basalto di Hadar, l’esame del paleomagnetismo dava due possibili collocazioni: o nel periodo compreso fra 3,6 e 3,4 milioni di anni fa o in quello compreso fra i 3,1 e i 3 milioni di anni fa.

Poiché la datazione al potassio-argon dava un’età di circa 3 milioni di anni, il basalto di Hadar avrebbe dovuto essere collocato nel periodo più recente, ma Haronson non ne era ancora convinto, poiché temeva che i suoi campioni di basalto potessero essere alterati: pertanto, decise di procedere ad altre verifiche, avvalendosi però dell’esperienza di un altro specialista, Bob Walter, esperto in datazioni mediante lo studio delle tracce lasciate dalla fissione dell’uranio nei cristalli di zircone.

Condotto dunque ad Hadar, Walter individuò tre nuovi strati di tufo vulcanico situati in posizione strategica, ma dovette scartarne due perché sospetti, per cui raccolse i campioni di zircone nello strato intermedio e, sottopostili ad esame, ottenne una datazione che faceva aumentare la fiducia nei 3 milioni di anni del basalto di Aronson, ma non ne dava la certezza!

Nel frattempo, un certo Basil Cooke aveva messo a punto uno studio sulla sequenza evolutiva dei maiali fossili dell’Etiopia, le cui datazioni, ottenute mediante l’analisi dei numerosi strati vulcanici che la caratterizzavano, erano già accettate internazionalmente in quanto considerate affidabili per la loro numerosa e corretta sequenza temporale.

Interpellato sulla determinazione dell’età delle rocce di Hadar e confrontati i resti di maiale rinvenuti nelle rocce fossilifere inglobanti lo scheletro di Lucy con la sua sequenza di suidi etiopici, Basil Cooke poté affermare in modo inequivocabile, che lo scheletro dell’ominide di Hadar doveva essere più antico di almeno 3 – 400 mila anni rispetto alle datazioni che gli erano state attribuite in precedenza!

Accettando con sollievo le datazioni espresse dalla sequenza dei suidi catalogati da Basil Cooke, in quanto giustificavano le onerose controanalisi effettuate a causa dei dubbi sulla integrità dei suoi campioni di roccia, e assegnando perciò il proprio basalto al periodo magnetico più antico, quello che va dai 3,6 ai 3,4 milioni di anni fa, Aronson poteva affermare a ragion veduta che «se i materiali da analizzare non garantiscono la perfetta conservazione, pur se effettuate con gli strumenti più sofisticati le diverse analisi possono risultare altamente inaffidabili»!!!

Benché costituiti da roccia estremamente compatta, pesante e dura qual’è il basalto, infatti, e pur se raccolti da mani esperte, i campioni di roccia analizzati da Aronson avevano fornito i seguenti risultati: quelli migliori (che al microscopio risultavano solo sospetti) fornirono datazioni errate di 400 e 800 mila anni, pari al 12 e al 25 % della datazione reale, mentre i campioni, che al microscopio apparivano alterati, davano errori  di 900 mila e addirittura di un milione e 500 mila anni, pari al 30 e al 43 % dell’età reale!!!

QUANDO LA SCIENZA SI FA… USARE

Fg. 4. Piccolo campionario dei pollini trasportati normalmente dall’aria: quegli stessi pollini, che talvolta ci provocano allergie, si depositano ovunque e si annidano aggressivamente in profondità cercando l’accoppiamento.

Fg. 4. Piccolo campionario dei pollini trasportati normalmente dall’aria: quegli stessi pollini, che talvolta ci provocano allergie, si depositano ovunque e si annidano aggressivamente in profondità cercando l’accoppiamento.

Alla luce di tali sorprendenti considerazioni, quando si diffuse la notizia, che alcuni campioni di tessuto in lino della Sindone sarebbero stati sottoposti all’esame del radiocarbonio al fine di determinarne scientificamente l’età reale, rimasi di stucco, perché recentissime indagini avevano evidenziato l’enorme quantità di inquinanti annidati profondamente e irrimediabilmente nella trama e nelle fibre del venerando sudario: tra questi, innumerevoli erano infatti i pollini, in gran parte tipici del Vicino Oriente, e straordinaria era la quantità microorganismi, di polveri e della fuliggine prodotta nei secoli dalle candele e dai lumi votivi.

«Se – mi chiedevo – il basalto, che è una delle rocce più compatte, pesanti e dure presenti sulla superfice terrestre, pur se raccolto da mani esperte può falsare le datazioni strumentali anche del 43 per cento, di quanto potranno essere falsate le datazioni al radiocarbonio di un tessuto esposto per secoli al fumo delle candele e alle polveri onnipresenti nell’aria?»

Era certo che l’analisi al radiocarbonio avrebbe fornito una datazione assurdamente posteriore all’epoca di Cristo, ed era altrettanto chiaro che, pur se assolutamente inattendibile, a tale eclatante datazione gli organi d’informazione avrebbero dato la massima rilevanza, sfruttando la straordinaria notizia per incre-mentare le vendite.

Fg. 5. Fibrille di lino: A = vista longitudinale (ingr. x 400); B = sezioni trasversali (ingr. x 200); C = estremità acuminata (ingr. x 400) (tavola da Merceologia, di G. V. Villavecchia)

Fg. 5. Fibrille di lino: A = vista longitudinale (ingr. x 400); B = sezioni trasversali (ingr. x 200); C = estremità acuminata (ingr. x 400)
(tavola da Merceologia, di G. V. Villavecchia)

Ma altrettanto certo era anche il fatto, che lo scalpore destato dallo scandalo prodotto dalla nuova, strabiliante datazione della Sindone, sarebbe stato strumentalizzato da quanti, agnostici superbamente convinti, godono nel seminare il dubbio fra i poveri, sprovveduti Credenti.

«Ma perché tanto pessimismo? – si chiederà qualcuno – In fin dei conti, gli scienziati sapranno bene ciò che fanno!»

Ebbene (e qui esprimo la mia più convinta opinione) qui non si tratta di Scienza ma di subdola malizia e di accorto affarismo messi in atto grazie ad una imperdonabile… diciamo… ingenuità!

Il perché di tali pesanti convinzioni è presto detto: il lino, di cui è fatto il tessuto della Sindone, è caratterizzato da fibre a sezione poligonale, i cui fasci al microscopio mostrano numerose striature longitudinali e la cui caratteristica peculiare, che rende il lino particolarmente adatto per l’abbigliamento estivo e per gli asciugamani, è la loro grande capacità di restringersi quando sono asciutte (tanto da assumere una sezione a forma di stella) e di inturgidirsi in presenza di umidità fino a ritornare alla sezione normale.

 

Fg. 6. La martoriata immagine anteriore di Cristo così come appare da una fotografia al negativo della sacra Sindone: le figure geometriche ai lati della stessa immagine sono le tracce di un incendio.

Fg. 6. La martoriata immagine anteriore di Cristo così come appare da una fotografia al negativo della sacra Sindone: le figure geometriche ai lati della stessa immagine sono le tracce di un incendio.

Ed è appunto tale capacità di funzionare come un mantice che ha prodotto l’irreversibile inquinamento del tessuto della Sindone. Se consideriamo infatti, che il prezioso sudario è stata esposto per secoli alla venerazione dei fedeli e, di conseguenza, ad una quantità incalcolabile di elementi inquinanti associati all’umidità dell’aria (tipica della Pianura Padana), elementi quali:

– la carica di polvere e di pollini depositatisi sul tessuto nel corso di  innumerevoli anni (polveri e pollini che sono stati rilevati in quantità incredibile e per la maggior parte tipici del Vicino Oriente).

– la quantità di microorganismi di tutti i tipi e di tutte le dimensioni presenti sempre ed ovunque nell’aria, anche in quella che respiriamo, i quali hanno impregnato il tessuto della Sindone.

– l’accumulo di carbonio dovuto alla flora batterica proliferante per centinaia d’anni nelle striature delle fibre del lino.

– il fumo di milioni di candele votive e di lumini ad olio accesi davanti al telo dalla devozione popolare per un incalcolabile numero di anni[3] (si veda a questo proposito l’annerimento da fumo dei vecchi quadri esposti nelle chiese, fumo che, è bene ricordarlo, è costituito praticamente solo di carbonio puro e quindi anche di carbonio 14).

– il fumo degli incensamenti eseguiti nelle innumerevoli cerimonie celebrate nel corso dei secoli, fumo a cui si sovrappose quello prodotto dall’incendio che coinvolse la Sindone nel XVI secolo.

Se consideriamo, ripeto, che questi fattori inquinanti sono presenti nel tessuto della Sindone in quantità assolutamente massicce e risalenti ad epoche diversissime, e se osserviamo che si trovano intimamente compenetrati nelle fibre del lino, alterando in tal modo profondamente e in maniera irreversibile il complesso di elementi chimici tra i quali deve destreggiarsi l’analista per la datazione al C 14, e se ricordiamo infine, che lo stato dei campioni non è meno importante dei campioni stessi, appare evidente che i frammenti di tessuto prelevati dal venerando sudario non erano assolutamente idonei a sostenere l’esame a cui sono stati sottoposti per ottenere una datazione scientificamente inoppugnabile della Sindone.

 

RIFLESSIONI E … DOMANDE

 Era chiaro, dunque, che l’esame al carbonio 14 avrebbe fornito una datazione assai più recente rispetto a quella riportata dalla Tradizione, così com’era certo, che tale datazione sarebbe stata assolutamente inattendibile

E allora, perché consentire l’attuazione di tali assurdi e antiscientifici esami?

Il perché è presto detto e appare basato su motivazioni alquanto banali, che nulla hanno a che fare con la Scienza: ancora condizionate dal complesso di colpa per il processo a Galileo, nel 1987 le Gerarchie ecclesiastiche non seppero resistere alle sirene che le invitavano o, meglio, le sfidavano a consentire l’esame al radiocarbonio della Sindone, per dimostrare al mondo che la Chiesa Cattolica non era oscurantista e non temeva il confronto con la Scienza.

A questo punto, però, sorgono spontanee altre legittime domande:

– Perché gli Scienziati hanno accettato il compito di datare la Sindone col metodo basato sul carbonio 14, pur sapendo che il tessuto del venerando sudario era inquinato in modo tanto grave e irreversibile?

– Se gli Scienziati, che hanno così maldestramente datato la Sindone, fossero stati animati dalla stessa pignola determinazione di giungere alla verità vera dimostrata dagli esperti che datarono le ossa di Lucy, avrebbero ritenuto ugualmente idonei all’esame del C 14 i campioni prelevati dalla Sindone?

– E se non ci fosse stata la contropartita di una gratuita e straordinaria pubblicità a livello mondiale, gli Istituti, che hanno eseguito la datazione della Sindone con l’esame al C 14, avrebbero ugualmente assunto l’incarico di effettuare detta operazione su campioni tanto inquinati?

Conseguenza di tanto arrabattarsi degli Scienziati per salire all’onore della cronaca, sono lo sconcerto e la cocente delusione di un’infinità di persone, le quali, comprendendo ben poco di esami al C 14, di pollini, di flora batterica, di impregnamento da fumo e di impossibili “tare” da applicare alla datazione per la presenza di quella enorme ma indefinibile quantità di inquinanti, il 13 ottobre del 1988 sono state colpite e amareggiate dell’assurda età assegnata alla Sindone da ben tre Istituti scientifici internazionali, datazione che gli Organi d’informazione di tutto il mondo hanno poi trasformato in un evento scandalistico da strombazzare ai quattro venti per aumentare le vendite (la forza del danaro!) trascurando però di dare risalto alle “riserve” che la Scienza, quella seria,  imporrebbe doverosamente di evidenziare!

 

 

NB: Qualche anno dopo la pubblicazione dei risultati della datazione al radiocarbonio, uno Scienziato russo pubblicava una ferma critica all’operato della Scienza Occidentale, per l’inammissibilità dell’esame al C 14 a cui aveva sottoposto un tessuto profondamente inquinato dai fumi dell’incendio, che nel xxxxxxx aveva coinvolto la Sindone quando ancora era custodita nella cappella di Chambery in alta Savoia.

E che tale giustificatissima critica sia giunta da parte di uno Scienziato cittadino dell’Unione Sovietica, patria del’Ateismo di Stato, la dice lunga sull’affidabilità di quella datazione!

Negli anni seguenti, gli studi sulla Sindone sono proseguiti, e tuttora continuano, da parte di numerosi Istituti Scientifici internazionali, i quali operano nuovi, inediti esami, che non subiscono alcuna influenza da parte degli inquinanti annidati nella trama del tessuto, i cui esiti portano sempre più ad avvalorare la credibilità della Tradizione.

Uno di tali studi, in particolare, condotto recentemente nei laboratori dell’Università di Padova, si basa sulla analisi del progressivo decadimento nel tempo dell’elasticità delle fibre di lino, cioè progressivo decadimento della loro resistenza alla trazione, resistenza che diminuisce con l’aumentare dell’età delle fibre stesse.

Ebbene, pur con una approssimazione di varie decine di anni in più o in meno, tale studio riporterebbe l’età del tessuto sindonico a duemila anni fa!


Note

[1]  Come ormai di regola, le persone badano più al Nome di Chi parla piuttosto che a Quello che dice. E così il Progresso attende…

[2] Con cadenze irregolari (la cui durata media è di 700.000 anni) i poli magnetici della Terra cambiano segno (uno da positivo diventa negativo e l’altro da negativo diventa positivo) come se, ad esempio, da oggi la lancetta del Nord della bussola prendesse ad indicare il Polo Sud. Ebbene, tali inversioni di polarità lasciano traccia di sé nell’orientamento dei cristalli delle rocce in formazione

[3] Un esempio della quantità di fumi e di polveri che possono depositarsi nel tempo su una superfice è dato dall’annerimento dei dipinti esposti nelle chiese, annerimento che opacizza in modo crescente i colori, la cui entità è rilevabile solo al momento del restauro delle tele stesse confrontando i colori nuovamente vividi delle superfici ripulite con quelli smorti e opachi delle superfici ancora sporche. E ciò, considerando che le pitture spianano le superfici delle tele rendendo meno facile il deposito dello sporco, dà l’idea di quello che può accumularsi ed annidarsi su una tela non dipinta!

Clima 12 –  Il controllo del clima: un’utopia? Forse no.

(sintesi di alcuni articoli pubblicati sul Giornale di  Vicenza nel 1990)

Abbiamo terminato l’articolo precedente parlando di alberatura di quante più possibili superfici in grado di riverberare il calore del Sole sull’aria soprastante. Sappiamo però che anche i deserti contribuiscono allo stesso modo al riscaldamento globale, ma come rimediare a tale enorme inconveniente?

 

Pittura rupestre che attesta come, nel periodo Neolitico, il Sahara fosse ricoperto dalla savana, nella quale, oltre agli innumerevoli animali tipici di quell’ambiente, trovavano ampio spazio anche gli uomini coi loro armenti.

Fg. 1.  Pittura rupestre che attesta come, nel periodo Neolitico, il Sahara fosse ricoperto dalla savana, nella quale, oltre agli innumerevoli animali tipici di quell’ambiente, trovavano ampio spazio anche gli uomini coi loro armenti.

Ebbene, anche in questo campo si potrebbe fare qualcosa di utile, ma occorreranno volontà politica a livello globale, studi approfonditi e… tempi lunghi, purtroppo: già da decenni, infatti, in certe regioni del globo, l’Uomo impiega risorse ed energie nel tentativo di arginare l’avanzata dei deserti, ma senza successo…

Il fatto è, che risulta facilissimo desertificare un territorio ma è estrema-mente difficile poi invertire la tendenza[1], tuttavia, come nel caso del Sahara, se in passato il territorio era ricoperto dalla savana, la situazione forse non è  del tutto disperata: oltre alle cause ambientali che abbiamo affrontato in CLIMA 7, infatti, dietro alla desertificazione dei un territorio c’è spesso la cattiva condotta dell’Uomo, condotta che bisognerà modificare per renderla compatibile con le esigenze dell’ambiente[2].

Foglie di Ailanto.

Fg. 2.   Rametto di Ailanto.

Da subito, dunque, sarebbe auspicabile incrementare le opere di bonifica dei deserti partendo dalle aree incolte lungo le coste, dove i terreni possono godere dell’umidità portata dalle brezze marine, e dove tuttavia, andrebbero usate essenze vegetali sgradite agli erbivori per scoraggiare la pastorizia[3].

Un ottimo esempio di tali essenze è dato dall’Ailanto (Ailanthus altissima), una pianta legnosa a rapida crescita, le cui foglie (foto a lato), triturate (masticate), sono talmente maleodoranti (e disgustose) da scoraggiare gli erbivori dal cibarsene[4]; ebbene, oltre ad una notevole capacità di fissare il terreno grazie alla sua attitudine a diffondersi rapidamente per propaggine[5], tale pianta presenta una elevata resistenza alla siccità grazie alle risorse idriche che riesce ad accumulare in rigonfiamenti simili a tuberi diffusi nell’apparato radicale.

Partendo dunque dalle zone più favorevoli ed associandola ai vegetali già in uso, la copertura boschiva ad Ailanto (o di essenze simili) porterebbe verso il deserto la frescura e l’umidità utili alla diffusione di erbe ed arbusti colonizzatori i quali, se difesi dalla distruttiva voracità degli erbivori domestici, coi loro cascami consentirebbero la formazione dello strato di humus indispensabile all’esistenza di vegetali utili alla rigenerazione del territorio.

Abundantia africana. Bronzetto della collezione Verità.

Fg. 3.  Abundantia africana. Bronzetto della collezione Verità.

Ovviamente, per non ripetere gli errori del passato, il territorio così bonificato non dovrà mai, in nessun caso, tornare nelle disponibilità dei pastori nomadi ma, qualora se ne verificasse la ripristinata fertilità, dovrebbe semmai essere destinato solo ed esclusivamente all’agricoltura, come avveniva ai tempi dell’antica Roma, la quale in Nordafrica aveva il Granaio dell’Impero come attestano le fonti storiche e come testimonia la statuina della foto a lato denominata Abundantia Africana.

Lasciamo ora l’aridità dei deserti e volgiamo l’attenzione ai grandi fiumi, fonti di inso-stituibili risorse ittiche ma anche di enormi calamità e di indirette interferenze nell’andamento del clima[6].

Nell’articolo precedente, a proposito dello scavo di una trincea sul fondo dei fiumi per mantenerne basso il corso rispetto al livello di campagna al fine di prevenire le alluvioni, alla domanda su cosa si dovesse fare poi dei detriti prodotti dallo scavo, si proponeva di utilizzare quei detriti per innalzare il livello dei terreni rivieraschi più depressi ed esposti alle sempre più frequenti escursioni marine.

Rilevamento radar da satellite del fondale del Golfo del Bengala; si noti l’immensa conoide di detriti al-luvionali che si allunga fino al cuore dell’oceano Indiano (dal Novissimo Atlante mondiale del Touring Club Italiano).

Fg. 4.  Rilevamento radar da satellite del fondale del Golfo del Bengala; si noti l’immensa conoide di detriti al-luvionali che si allunga fino al cuore dell’oceano Indiano (dal Novissimo Atlante mondiale del Touring Club Italiano).

A questo punto, però, si presenterebbe il problema costituito dalla necessità di consentire  il deflusso in mare delle piene dei fiumi: ebbene, non considerando le zone in cui il livello del territorio è sensibilmente più alto di quello dell’oceano, per cui il problema è già risolto dalla Natura con gli Estuari (come ad esempio, quello della Loira), il problema si pone là, dove il livello della fascia litoranea è inferiore rispetto a quello della massima marea: ebbene, anche qui la Natura ha provveduto a modo suo e lo ha fatto ampliando a dismisura gli alvei alla foce fino a formare dei grandi Delta, come nel caso del Po, la cui foce compensa la poca profondità con la vastità degli sbocchi in mare.Naturalmente, il graduale abbassamento del letto dei fiumi non dovrebbe mai (e ripeto mai) scendere ad un livello inferiore a quello raggiunto dalla superfice dei mari con l’alta marea, e questo per non consentire all’acqua salata di penetrare a fondo nella terraferma inquinando le falde e sterilizzando i terreni.

In questo caso, però, non sempre la vastità del delta riesce a garantire il completo deflusso della portata massima dei fiumi, così, per evitare che la Natura provveda alla bisogna allargando ulteriormente l’ampiezza del delta a scapito dei territori antropizzati, è giocaforza ricorrere alla costruzione degli argini: questi però, per non doversi innalzare troppo rispetto al livello di campagna (ricordiamo che più gli argini sono alti, più aumentano i rischi di un loro cedimento e, di conseguenza, più gravi sono gli effeti dell’alluvione) dovrebbero correre ad una buona distanza dal corso d’acqua per lasciare più spazio possibile alle acque di piena, così da risparmiare al territorio circostante le onerose servitù derivanti dalla formazione dei cosidetti bacini di laminazione.

Ebbene, oltre a limitare i pericoli derivanti da  straripamenti catastrofici, se praticato a livello globale specialmente sui grandi fiumi, il recupero dei detriti alluvionali potrebbe consentire di ottenere, in tempi relativamente brevi, il materiale per innalzare il livello dei litorali dei Paesi più minacciati dalla trasgressione marina (Paesi come il Bangladesh, per intenderci, il cui livello sul mare sta progressivamente diminuendo ed i cui fragili litorali sono oggetto di crescente erosione).  Inoltre, fatto non ultimo per importanza, il recupero dei detriti alluvionali dei fiumi potrebbe contribuire a limitare l’innalzamento del livello degli oceani, innalzamento che, bisogna dirlo, è causato non solo dalla dilatazione termica delle acque dovuta al cosidetto riscaldamento globale[7], ma è provocato anche dalla immissione nei mari e negli oceani di incalcolabili quantità di detriti[8].

Quanto ciò possa essere vero è dimostrato dalle immense conoidi di deiezione presenti negli oceani davanti alle foci dei grandi fiumi della Terra, come la conoide formata dal Gange e dal Brahmaputra, ad esempio, la quale sta progressivamente interrando il Golfo del Bengala.

Riuscire a limitare la trasgressione marina su vastissime aree litoranee del pianeta significherebbe contenere l’aumento in atto dell’evaporazione delle acque[9], influendo in tal modo positivamente sul rapporto di scambio energetico tra la superfice del pianeta e l’atmosfera.

Ebbene, questi provvedimenti costituiscono per ora tutto ciò che potremmo fare per difenderci dalle conseguenze della degenerazione del clima; non è moltissimo, tuttavia potrebbe servire a ritardare l’Apocalisse (così è stato definito da valenti studiosi il prossimo futuro del nostro pianeta a causo dell’eccessivo riscaldamento del clima), quando centinaia di milioni di persone, non più disposte a morire di fame nel deserto, si muoveranno alla disperata ricerca di cibo e di risorse, rinnovando le devastanti migrazioni, che nei passati millenni hanno distrutto imperi potenti e civiltà raffinate.

A queste terrificanti prospettive però, forse c’è rimedio, sempre che l’Umanità conceda a sé stessa il tempo necessario: dato che il clima terrestre è in gran parte determinato dal gioco delle correnti, ebbene, mettiamo mano a queste correnti!

Con calma, però!… Ché non facciamo la fine dell’apprendista stregone!… E, soprattutto, dobbiamo studiare interventi reversibili!

Dire quali potranno essere questi interventi in teoria non è difficile, essi però dovranno essere verificati preventivamente con studi seri su modelli matematici e fisici, per la cui realizzazione bisognerà raccogliere montagne di dati.

Comunque, la soluzione dei problemi climatici della Terra potrebbe essere questa: aprire dei vasti canali di comunicazione fra gli oceani[10] e dotarli di chiuse regolabili, in modo da consentire l’assoluto controllo del flusso e la reversibilità della funzione.

Ad esempio, portando la larghezza del Canale di Suez ad almeno 20 km e la sua profondità ad almeno 50 m, grazie alla spinta della Corrente dei Monsoni (Oceano Indiano) nel Mediterraneo orientale si dovrebbe verificare una discreta immissione di acque calde dal Mar Rosso: se consideriamo che le acque superficiali di questo mare hanno una temperatura minima invernale di 21 gradi  (contro i 16-17 del Mediterraneo orientale) ed una massima estiva di 33 gradi (contro i 25 – 27 del Mediterraneo orientale) l’immissione nel Mare Nostrum di tali acque dovrebbe garantire in tutte le stagioni, ma soprattutto in quella fredda, un innalzamento della temperatura superficiale sufficiente al rafforzamento della naturale vocazione ciclonica del nostro mare, vocazione contrastata oggi dalle fresche risorgive fertili generate dalle vaste aree vulcaniche sottomarine presenti nel Mediterraneo orientale e nel Tirreno.

Correnti Mar ROssoÈ chiaro che l’intervento prospettato per l’Istmo di Suez non garantirebbe al cento per cento il controllo sul clima nel Bacino Mediterraneo, tuttavia, potrebbe portare benefici effetti su un’area vastissima: nella stagione invernale, ad esempio, potrebbe produrre una consistente area depressionaria che, disaggregando la fascia sudoccidentale dell’Anticiclone Russo, consentirebbe alle perturbazioni atlantiche di riportare con regolare frequenza la neve sulle Alpi e la pioggia sul Meridione dell’Europa e sul Nordafrica[11].

Il procedimento prospettato potrebbe produrre benefici effetti anche nella stagione calda, poiché la Depressione Mediterranea (che verrebbe così a formarsi) si frapporrebbe tra l’Anticiclone del Mar Rosso e quello delle Azzorre interrompendone la micidiale continuità, e produrrebbe quella instabilità atta a favorire la formazione in loco, o l’arrivo dall’Atlantico, di perturbazioni che, riportando le piogge estive, potrebbe forse consentire il ritorno della Savana nel Sahara; proprio come avveniva, secondo le pitture rupestri del Tassili, fino a 4,500 anni fa.

«Ottimo! – si dirà – ma… il resto del mondo

Per il resto del mondo il discorso è simile, solo che si tratterebbe di intervenire sulla portata della Corrente del Golfo… «Una bazzecola!» si dirà…. È vero, a prima vista la faccenda sembra complicata… ma in realtà sarebbe fattibile, sempre che i Grandi della Terra ne comprendano l’utilità.

Come abbiamo visto in CLIMA 2, 4 e 5, la fascia centrale dell’Atlantico è percorsa da Est ad Ovest dalla possente Corrente Equatoriale Atlantica, la quale, urtando contro la piattaforma continentale del Nordest del Brasile, si divide in due rami: di questi, uno si dirige a Sud formando la Corrente Brasiliana mentre l’altro si infila nel Mare dei Caraibi, puntando sul Golfo del Messico dove le sue acque fanno il pieno di energia termica sotto il Sole dei Tropici, energia che poi la Corrente del Golfo porta nel Nordatlantico per alimentare la Depressione d’Islanda, per mitigare il clima del Nordeuropa e per aggredire la Calotta artica.

Ebbene, come abbiamo detto, al momento della sua uscita dal Golfo del Messico, passando per lo stretto della Florida tale Corrente ha una portata di ben quattro kilometri cubi d’acqua al minuto ed una velocità di otto Kilometri all’ora: da dove le giunge tutta quell’acqua e quella velocità di marcia?

La risposta è data dalla pressione prodotta dalla spinta esercitata dal ramo Nord della Corrente Equatoriale al momento del suo ingresso nel Golfo del Messico, spinta incontenibile, che produce una pressione capace di imprimere poi una accelerazione da zero a otto Km/ora alla immane massa d’acqua in uscita dallo Stretto della Florida.

Dunque, per mettere sotto controllo la portata della Corrente del Golfo, portata cresciuta negli anni tanto da influire pesantemente sul clima del Comprensorio Nordatlantico e sullo scioglimento della Calotta Artica (si riveda CLIMA 6) occorrerebbe allargare il Canale di Panama in modo analogo a quello previsto per il Canale di Suez, compreso il grande ponte munito di chiuse regolabili.

In tal modo, attraverso il nuovo canale sarebbe possibile lasciar defluire verso il Pacifico la portata in eccesso della Corrente del Golfo, per mantenere l’influenza climatica di questa ad un livello accettabile.

E qui sorgerebbero le complicazioni: accetterebbero, gli Stati del Nordeuropa, di rinunciare ai benefici sul loro clima derivanti dall’aumentata portata termica in atto da parte della Corrente del Golfo?

BrecciaSuPanamaD’altra parte però, l’acqua calda in eccesso fatta defluire verso il Pacifico potrebbe mitigare la fresca temperatura diffusa sulla superfice dell’oceano dalle risorgive fertili attive in zona, influendo così positivamente sul clima arido che affligge le coste di quell’area (soprattutto le coste del Perù) senza tuttavia com-promettere la pescosità di quelle acque, poiché anche le Correnti Atlantiche sono fertili.

Qualche Paese (soprattutto il Giappone, le Filippine e in certa misura anche l’Australia) potrebbe temere un certo rafforzamento delle cor-renti calde che innescano i temibili Tifoni che affliggono il Pacifico occidentale, tuttavia, forse i vantaggi derivanti all’intero pianeta dall’operazione potrebbero alleviare quei timori: l’alleggerimento della pressione idrostatica all’interno del Golfo del Messico, infatti, potrebbe favorire un rafforzamento della Corrente dei Caraibi a spese di quella Brasiliana, la quale, così dimagrita, alleggerirebbe il suo apporto termico nella Corrente Circumantartica, a tutto vantaggio della conservazione della Calotta glaciale del Continente Antartico e dei ghiacciai montani dell’Emisfero Sud.

Nel frattempo, con l’alleggerimento della Corrente del Golfo, nell’Emisfero Nord si potrebbe ottenere un ritorno delle condizioni climatiche ai livelli ritenuti ottimali di inizi ‘novecento: ciò favorirebbe il ritorno dei ghiacciai sulle montagne ed il ritorno in salute della Calotta Polare Artica, col vantaggio di aumentare le superfici riflettenti l’energia solare e di diminuire di conseguenza le superfici che trasmettono calore all’atmosfera.

Inoltre, trattenendo sulla terraferma masse crescenti d’acqua con lo sviluppo dei ghiacciai continentali, il livello dei mari e degli oceani cesserebbe di aumentare per finire poi col diminuire, salvando così dal pericolo della sommersione aree del globo vastissime e fittamente popolate. Ma non solo, il ritiro delle acque ridurrebbe la superfice di evaporazione di mari ed oceani, togliendo in tal modo carburante alle grandi perturbazioni che attualmente affliggono vastissime aree del pianeta…

Infine, il riequilibrio climatico potrebbe ridurre i pericoli per la Pace paventati in un mio articolo pubblicato l’11 dicembre 1977 sul Giornale di Vicenza in seguito ai malumori emersi dallo storico Convegno Internazionale sul Clima tenutosi in quei giorni a Kioto, articolo che portava lo stesso titolo di quello che andiamo a pubblicare in Clima 11: Effetto Serra fa rima con guerra?

 

 


Note 

[1] Quando un terreno è denudato, le intemperie hanno buon gioco nel dilavarne le componenti a grana sottile ricche di nutrienti minerali ed organici che gli danno consistenza e fertilità, cosicché, quando è reso sabbioso, esso non offre più l’ambiente idoneo all’attecchimento dei semi. Se a ciò si aggiunge il calore eccessivo dell’ambiente e la scarsità di acqua, il problema diventa estremamente duro da risolvere.

[2] Mi riferisco in modo particolare alla pastorizia praticata in modo intensivo, a sostegno del prestigio individuale legato al numero degli animali posseduti, anche se questi sono ridotti a pelle e ossa dall’incipiente desertificazione.

[3] In Nordafrica, le capre domestiche sono lasciate libere di arrampicarsi persino sugli alberi per nutrirsi delle loro foglie: ovviamente, tale pratica è quanto di più dannoso si possa fare per la salute del territorio.

[4] Disseminata dagli uccelli nell’isola di Montecristo abitata da una folta colonia di capre selvatiche che si nutrono di tutto ciò che trovano, grazie al suo sapore sgradito questa pianta, rifiutata dagli erbivori, è diventata la spece vegetale dominante sull’isola (la foto è tratta da “Riconoscere gli alberi” di Roger Phillips).

[5] Importato nell’800 dalla Cina come pianta ornamentale, l’Ailanto si comporta come una pianta infestante, capace di colonizzare qualsiasi terreno, anche quello che, per l’aridità, sembra negato ad altre infestanti quali la Robinia.

[6] Detta interferenza indiretta deriva dall’incessante opera di riempimento dei bacini oceanici con detriti alluvionali da parte dei fiumi, riempimento che sta provocando l’innalzamento di livello e quindi l’estensione di mari ed oceani a scapito delle superfici emerse.

[7] Al dilà di quanto riferiscono gli allarmismi, detta dilatazione si limita alle basse latitudini e solo al lieve strato superficiale dei mari e degli oceani, perché l’energia solare non penetra nelle acque per più qualche decina di metri.

[8] Il processo è lo stesso che avverrebbe versando della terra all’interno di un recipiente pieno d’acqua: riducendo la capacità del recipiente, infatti, l’immissione di terra fa  tracimare l’acqua… Del resto, il fenomeno si è già verificato nel passato, soprattutto nel lungo periodo Cretaceo, quando l’erosione ha demolito in gran parte le montagne, i cui detriti, trasportati dai fiumi in mare, ne hanno innalzato il livello causando l’allagamento di enormi distese continentali, le quali furono trasformate in mari epicontinentali di modestissima profondità che, come vedremo, hanno contribuito al riscaldamento del clima e i cui sedimenti hanno dato poi origine ai calcari compatti tipici, appunto, del Cretaceo.

[9] La scarsa profondità delle acque consente all’energia solare di raggiungere il fondale, dove si trasforma in energia termica che favorisce l’evaporazione dell’acqua molto più che nei mari profondi e negli oceani. Ed è la forte evaporazione che alimenta poi le grandi precipitazioni atmosferiche.

[10] In realtà, già nel passato (si parla di parecchie migliaia di anni fa) gli oceani sono stati a lungo collegati fra di loro, quando le sottili barriere che oggi li separano erano sommerse, sconvolgendo le rotte delle correnti oceaniche.

[11] Ed è appunto questo che avveniva in passato, quando l’istmo di Suez era sommerso consentendo alle acque del Mar Rosso di riscaldare la superfice del Mediterraneo orientale, così da richiamare le perturbazioni dal Nordatlantico, che con le loro piogge consentivano la presenza della Savana nell’attuale Sahara e la ricca produzione agricola nei Paesi del Meridione mediterraneo che costituivano il Granaio dell’Impero Romano.

Clima 11:   Effetto Serra fa rima con guerra?   

Esplosione atomica (foto da I Propilei vol 10)

Fg. 1.  Esplosione atomica (foto da I Propilei vol 10)

Alla fine di due delle mie conferenze sulle Cause reali delle mutazioni climatiche, ho subìto la dura contestazione di alcuni Ambientalisti “duri e puri”, i quali, dichiarando ad alta voce il loro asserito dottorato in varie discipline[1] come per dirmi «e Lei “Cosa” è?» non volevano sentire ragioni riguardo alle mie argomentazioni sul fatto che la teoria sull’Effetto Serra, oltre ad essere inconcludente[2],  ha condotto la Ricerca Scientifica in un vicolo cieco, dal quale non riesce a districarsi[3].

E a nulla serviva dimostrare, documenti alla mano, che già nel 1998, la Teoria basata sullo studio delle Correnti Oceaniche aveva consentito alla Commissione Europea per la Meteorologia a Medio Termine di formulare “previsioni di massima soddisfacenti su tutto il globo a sei mesi” (si riveda l’articolo su Clima 2).

Ed è un peccato, perché tanta sincera dedizione all’ideale ambientalista, che potrebbe essere di enorme giovamento al progresso “reale” della Climatologia, rimane impantanata in un vicolo cieco, alla fine del quale, come vedremo nell’articolo che segue, potrebbe esserci il baratro di una guerra totale, disperata, senza vinti né vincitori.

Effetto Serra fa rima con guerra? (mio articolo pubblicato sul Giornale di Vicenza l’11 dicembre 1997)                                                                                                             

Folla di Esuli (foto da Salviamo la Terra, di J. Porritt, G. Mondadori Ed.)

Fg. 2.  Folla di Esuli (foto da Salviamo la Terra, di J. Porritt, G. Mondadori Ed.)

 «Mentre le flotte occidentali sono impegnate a trasferire in Australia le popolazioni delle isole del Pacifico, in Bangladesh milioni di profughi incalzati dall’avanzata del mare migrano verso le alture boscose dell’Assam e della Birmania. Situazioni analoghe si stanno verificando ovunque nel mondo: lungo le coste dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina, intere popolazioni abbandonano città e villaggi minacciati dal mare e si dirigono verso l’interno fra episodi di selvaggia violenza e disperazione.

 Anche i Paesi Occidentali sono duramente colpiti dalla “trasgressione marina”ma riescono ancora a governare l’emergenza con una certa pacatezza.

Meno dotati di mezzi atti a fronteggiare l’immane catastrofe, i Paesi del Terzo Mondo tempestano da tempo le Nazioni Unite affinché puniscano l’Occidente, reo per sua stessa ammissione, di aver provocato l’Effetto Serra, il fenomeno a cui è universalmente attribuito il riscaldamento abnorme del clima, lo scioglimento delle calotte polari e il travolgente innalzamento del livello degli oceani… Se l’Onu non provvederà con la propria autorità e, se necessario, con la forza a bloccare l’apparato industriale dell’Occidente, saranno loro, i Paesi del Terzo Mondo, a prendere l’iniziativa per salvare il pianeta dalla catastrofe: essi possiedono un tal numero di uomini, che l’Occidente, pur con la sua immane potenza tecnologica e nucleare, ne verrà sommerso e annientato!           

Anche a Oriente del Mondo Occidentale si inquina alla grande!

Fg. 3.  Anche a Oriente del Mondo Occidentale si inquina alla grande!

Dal canto loro, l’Europa e l’America ribattono che le loro industrie perseguono da molti anni una severa politica di riduzione delle emissioni inquinanti e che l’aumento dell’Effetto Serra è dovuto semmai al crescente inquinamento atmosferico prodotto senza alcun freno dai Paesi emergenti, fra i quali primeggiano la Cina e l’India, i due Stati che, con la distruzione degli apparati produttivi occidentali, mirano a diventare le potenze industriali egemoni del pianeta…

Tuttavia, se i Paesi del Terzo Mondo vorranno proprio la guerra, ebbene, guerra sia!… e che muoia Sansone con tutti i Filistei!»

Questa potrebbe essere la cronaca dell’inizio della fine della nostra epoca, a cui seguirebbero l’annientamento della nostra civiltà e quel Medioevo postmoderno tanto caro alla letteratura ed al cinema di fantasia.

È forse questo che vogliono i fautori dell’Effetto Serra? Sacrificare la nostra Civiltà e la Pace sull’altare di una teoria scientifica tutta da dimostrare?… Perché è proprio a questo che sta portando l’integralismo ambientalista: esso infatti, col suo martellante allarmismo sull’Effetto Serra, dà modo al Terzo Mondo (i cui Paesi emergenti, quanto a inquinamento, non sono certo da meno) di mettere sotto accusa i Paesi industrializzati dell’Occidente, sui quali trova comodo scaricare le proprie tensioni interne, tanto che è palpabile l’ostilità contro di loro che aleggia nell’atmosfera del Convegno internazionale sul clima che si tiene in questi giorni a Kyoto[4].

E tutto ciò perché non si vuole riconoscere onestamente che i fenomeni climatici, balzati all’onore delle cronache negli ultimi anni, sono del tutto simili a quelli che periodicamente hanno interessato la storia della Terra fin dalle epoche più remote; fenomeni che sono la naturale conseguenza della normale fisiologia del nostro pianeta.

Come abbiamo più volte ripetuto su queste pagine[5], l’atmosfera segue inesorabilmente le leggi della dinamica dei fluidi e pertanto ribolle solo se viene riscaldata dal basso, non dall’alto!

E questo è proprio quanto avviene ad opera della superfice del pianeta, la quale è a sua volta riscaldata dal Sole in modo decrescente dall’Equatore ai Poli. La gradualità di questo riscaldamento, però, è profondamente alterata dalle Correnti oceaniche, tant’è vero che da questa estate[6] le cronache ci bombardano coi disastri climatici e ambientali causati dal Niño, il fenomeno termico[7] che sta interessando una vastissima superfice del Pacifico equatoriale.

Ebbene, poiché pure l’acqua è un fluido, anche le Correnti oceaniche sono prodotte da sorgenti termiche situate alla base delle masse d’acqua: si tratta di sorgenti termiche abissali di potenza spaventosa, costituite dalle spaccature colme di magma delle Dorsali oceaniche e dall’attività vulcanica dei cosidetti Punti Caldi.

Tanto per fare un esempio, la Corrente Equatoriale Atlantica, che dividendosi forma la Corrente del Golfo e la Corrente Brasiliana, è generata dalla concentrazione di ben tre punti caldi situati sul fondo del Golfo di Guinea ed è alimentata poi dalle emissioni termiche del settore equatoriale della Dorsale Atlantica.

Ebbene, oltre che dalla preoccupante rapidità con cui le sue diramazioni stanno sciogliendo le calotte polari, la sua attuale fase di virulenza è provata dalla vistosa accentuazione dell’anomalia termica che caratterizza il suo corso attraverso l’Atlantico.

Analoga origine hanno anche tutte le atre correnti oceaniche, le quali, con la loro carica termica, condizionano in modo determinante i fenomeni atmosferici nelle rispettive aree di pertinenza.

Dunque, anche se il clima della Terra continuerà a riscaldarsi producendo i tremendi guasti prospettati dagli Esperti, tali guasti non saranno da addebitare solo all’Uomo, ma in massima parte saranno dovuti alla Natura.

Tuttavia, dopo la martellante campagna che da molti anni l’integralismo ecologista conduce all’insegna dell’Effetto Serra, Chi potrà convincere le Popolazioni sinistrate che l’Occidente industrializzato non ha colpa delle loro disgrazie in quanto l’Effetto Serra è una teoria avulsa dalla realtà?…

E Chi potrà distogliere tali Popolazioni dalla crescente ostilità verso di noi, quando tale ostilità già ora aleggia palpabile nell’atmosfera del Convegno di Kyoto?


 

Note

[1] Discipline poi, che nulla avevano a che fare con la Climatologia, per cui quegli stessi Contestatori non erano persone qualificate ma erano dei semplici Dilettanti o, se preferite, degli Appassionati).

[2] La teoria sull’Effetto Serra infatti, non ha mai consentito di elaborare previsioni meteo né a breve né a lungo termine.

[3] A questo punto, comincio a pensare che i Sostenitori di tale teoria si sentano come gli Adepti di una Setta tenuti solo a “credere e obbedire”

[4] Ricordo che l’articolo è stato scritto proprio nel dicembre 1997, in concomitanza col Convegno di Kyoto e pochi mesi prima che il Centro Europeo per la Meteorologia a Medio Termine annunciasse il suo successo nelle previsioni meteo basate sullo studio delle Correnti Oceaniche, alle quali attribuisce la capacità di influire sul clima.

[5] Ricordo che l’articolo si riferisce alle pagine del Giornale di Vicenza.

[6] Ricordo ancora che l’articolo è stato pubblicato nel dicembre 1997.

[7] Faccio notare che già allora io non parlavo di Corrente calda del Niño, e questo perché, contrariamente a quello che si va dicendo da decenni, el Niño non è una Corrente calda ma è il ristabilimento, sulla superfice dell’oceano, della temperatura calda propria di quella latitudine a causa della cessazione della Niña, la corrente fresca generata dalle risorgive fertili attive al largo della costa peruviana (si riveda, a questo proposito, quanto detto in CLIMA 4).

Clima 8: La genesi di deserti e uragani

(Assemblaggio del materiale di alcuni articoli pubblicati negli anni ‘90)

Tornando ad esaminare le cause del clima in generale, diamo ora un’occhiata a delle circostanze particolari legate alla presenza delle Correnti Oceaniche in determinate zone della Terra, circostanze che condizionano la formazione dei deserti e degli uragani.

Panoramica sul Sahara

Fg. 1.  Panoramica sul Sahara

Osservando le mappe climatiche dell’intero pianeta, si può notare che le aree desertiche sono sempre situate ad Oriente delle zone interessate dalle Risorgive Fertili: così il Sahara si trova ad Est del comprensorio vulcanico sottomarino delle Azzorre e delle Canarie, il deserto della Namibia è ad Est delle risorgive al largo del Sudafrica, il deserto di Atacama è ad Est delle risorgive che danno origine alla Corrente Sudequatoriale del Pacifico, il deserto della California è ad Est delle sorgenti della Corrente omonima.

Come abbiamo visto nell’articolo precedente, perché questo avvenga è presto detto: la velocità di rotazione della superfice oceanica attorno all’asse terrestre è notevolmente inferiore rispetto a quella dell’aria alle alte quote, poiché questa nelle 24 ore deve percorrere una circonferenza maggiore; calando quindi di quota all’interno di un gorgo anticiclonico, la massa d’aria in discesa si avvantaggia verso Est portando sul vicino continente la sua calura (acquisita per compressione durante la discesa) e la sua aridità, calura e aridità che caratterizzano le brezze torride che succhiano la vita alla vegetazione favorendo la progressiva avanzata del deserto.

Arbusto di tamerici usato per tentare di fermare l’avanzata del deserto.

Fg. 2. Arbusto di tamerici usato per tentare di fermare l’avanzata del deserto.

Da tale sequenza, sembrerebbero discostarsi i deserti del Medio Oriente e dell’Arabia, il deserto australiano ed il deserto della Mongolia: in realtà, però, anche quei deserti rientrano nella norma: i deserti del Medio Oriente, infatti, si trovano ad Est dell’estesa area idrotermale sottomarina collegata ai vulcani dell’Egeo, il Deserto Arabico è ad Est delle risorgive fertili del Mar Rosso, i cui 33° d’estate e 26° d’inverno sono ben poca cosa a confronto con le temperature infernali che affliggono l’interno dell’Arabia e dell’Egitto, ed è appunto tale divario che produce la discesa di aria asciutta dalle alte quote, la quale, giunta al suolo ed espandendosi, produce le micidiali brezze torride che portano alla desertificazione quella parte del pianeta.

Uragano visto dal satellite

Fg. 3.  Uragano visto dal satellite

Quanto al deserto australiano, esso si trova a Sud-Est del vasto bacino idrotermale a Meridione di Giava e immediatamente ad Est della fredda Corrente Australiana Occidentale, la cui temperatura superficiale genera l’anticiclone che desertifica l’Australia.

Infine, il vastissimo deserto della Mongolia, che comprende importanti porzioni della Cina e della Siberia meridionale, deve invece il suo clima arido all’enorme distanza che lo separa dall’umidità esalata dai mari occidentali  (Mediterraneo, M. Nero e M. Caspio), allo sbarramento delle correnti monsoniche operato dalla Catena Imalajana ed alla vicinanza  con la sede  dell’Anticiclone (continentale) Siberiano.

Per quanto riguarda l’origine degli Uragani (detti anche Tifoni e Cicloni), pur essendo note le aree in cui essi si formano, non risulta che siano mai state individuate le cause che determinano la loro formazione.

Ebbene, analizzando le mappe climatiche, notiamo che quegli spaventosi fenomeni nascono sempre ad Ovest dei bacini oceanici lungo l’asse terminale delle Correnti calde: il fenomeno si spiega con l’allargamento del corso di dette correnti in prossimità degli ostacoli che ne frenano o bloccano la corsa, ostacoli come catene di isole o coste continentali, a causa delle quali avviene l’allargamento del fronte della Corrente, il quale aumenta enormemente la superfice di contatto con l’aria soprastante alla quale la Corrente cede calore.

Per aggravare la situazione, poi, fondamentali sono il sopraggiungere di sempre nuova acqua calda in sostituzione di quella raffreddata dall’evaporazione, e l’enorme spessore delle  correnti stesse, spessore che garantisce una scorta energetica inesauribile.

Così, nell’Atlantico gli uragani si formano lungo il corso della calda Corrente della Guiana, che diventa poi Corrente dei Caraibi allargandosi nell’intrico delle isole; nel Pacifico i tifoni si formano sulle scie finali delle calde Correnti Nordequatoriale (con obiettivo il Giappone) e Sudequatoriale (con obiettivo le Filippine, l’Indonesia e la Cina) e sulla scia della calda Corrente Australiana Orientale (che colpisce duramente soprattutto il Nord-Est del Paese).

Autonome rispetto alle condizioni termiche delle superfici oceaniche sono invece le meno spettacolari Trombe d’aria, che in determinate condizioni danno luogo ai paurosi vortici noti anche col nome di Tornado, tutti fenomeni pericolosi e spesso letali, i quali si manifestano per lo più sulla terreferma, dove prendono origine da concentrazioni di calore in zone limitate immerse in aree più fresche ma ricche di umidità nell’aria, umidità portata dalle correnti d’aria di provenienza marina, la quale costituisce il carburante di cui il tornado si nutre fino all’esaurimento.

Abbiamo dunque compreso il ruolo fondamentale sostenuto dalle correnti oceaniche e marine in relazione all’andamento del clima, e questo, come raccomandavo in un mio articolo del 31 agosto 1990, ha consentito di produrre previsioni meteo soddisfacenti, pur se di massima, su tutto il globo a sei mesi. Tele spazio temporale, tuttavia, non basta ancora per la programmazione su vasta scala delle colture agricole al fine di fronteggiare con successo la fame nel mondo, occorre aumentare ancora di qualche mese l’anticipo delle previsioni, ma come?

I punti caldi attivi negli ultimi 10 milioni di anni. Essi sono concentrati lungo le dorsali medio-oceaniche e, in particolare, sulla Dorsale medio-atlantica (da Burke e Wilson, 1976).

Fg. 4.  I punti caldi attivi negli ultimi 10 milioni di anni. Essi sono concentrati lungo le dorsali medio-oceaniche e, in particolare, sulla Dorsale medio-atlantica (da Burke e Wilson, 1976).

Ebbene, anche se sembra che, come di consueto, Climatologi e Geologi non siano interessarsi a scambiarsi informazioni, visto che già esistevano le mappe degli assembramenti vulcanici sottomarini (vedi figura a lato), ancora nel 1990 proponevo di estendere il monitoraggio a detti assembramenti ed ai loro apparati idrotermali, cosa non impossibile con i moderni mezzi di rilevamento subacqueo già disponibili allora: in tal modo, sarebbe possibile monitorare l’andamento dei fenomeni sottomarini e collegarlo col successivo andamento del clima al fine di costituire l’indispensabile archivio dati necessario per dedurre il futuro del clima in base alla situazione subacquea in corso: ciò renderebbe possibile prolungare ancora di qualche mese il tempo delle previsioni meteo di massima, in modo da consentire agli agronomi di attuare una programmazione mirata delle colture agricole, programmazione che, dapprima ovviamente, avverrebbe in via sperimentale e poi, costituito il relativo archivio dati per i raffronti, potrebbe avvenire su scala sempre maggiore a vantaggio di tutta l’Umanità.

Utopie? Mah!… Anche la mia proposta sul controllo delle Correnti Oceaniche in superfice ed in profondità sembrava un’utopia, e invece, qualcuno poi ne ha colto la fondatezza ed i risultati, pur se ancora con un anticipo di soli sei mesi, sono arrivati!… Perché non tentare anche con le “radici più profonde” del clima?

Pennacchio di acqua caldissima, carica di minerali, sgorga da una “bocca sorgente calda” (detta anche “fumatore nero”) fotografato sul Rialzo del Pacifico Orientale. (Da D.B. Foster, Woods Hole Oceanographic Institution).

Fg. 5.  Pennacchio di acqua caldissima, carica di minerali, sgorga da una “bocca sorgente calda” (detta anche “fumatore nero”) fotografato sul Rialzo del Pacifico Orientale.
(Da D.B. Foster, Woods Hole Oceanographic Institution).

A questo punto, visto che l’Uomo dispone di conoscenze adeguate sulla fisiologia della Terra[1] e di mezzi tecnici e finanziari sufficenti, viene da chiedersi se sia mai possibile intervenire sull’ambiente  per dominare in qualche modo gli eccessi del clima[2] e la risposta è «» e il “come” sarà l’oggetto dei prossimi due articoli, perché riguarderà “I disastri del clima: ciò che si potrebbe fare subito” e “Controllo del clima: ciò che richiederebbe tempi lunghi, studi approfonditi, progetti faraonici e volontà politica a livello globale”.

 


Note

[1] Parlo di fisiologia della Terra perché sembra proprio che il nostro pianeta costituisca un organismo vivente e si comporti come tale, un organismo in cui tutte le parti sono legate da una interazione intima e indissolubile.

[2] Questa domanda mi è stata rivolta spesso nel corso delle mie conferenze sul clima, e la risposta è positiva.

 

Clima 7: Il clima e l’Uomo: ciò che i libri di storia non dicono

(Da un mio articolo pubblicato su Il Giornale di Vicenza del 31 agosto 1990 col titolo “Effetto Serra? Ma in passato è andata peggio!”)

“Piuttosto che niente è meglio piuttosto” dice un proverbio traboccante buonsenso.

È questa, forse, la ragione dell’insistenza con cui i grandi mezzi di comunicazione (sia pubblici che privati) parlano ancora del cosidetto “Effetto Serra”.

Hanno un bel dire gli scienziati più avveduti, che le anomalie climatiche di questi tempi non sono da attribuire a tale “effetto”: la Gente non si accontenta di sapere come “non”stanno le cose ma vuole spiegazioni, qualunque esse siano e, possibilmente, che scarichino la responsabilità della situazione su qualcuno!

Stando così le cose, la teoria sull’Effetto Serra risponde egregiamente alle aspettative della Gente, in quanto fornisce una spiegazione ingegnosa e a prima vista credibile e, sopratutto, fornisce un “colpevole” il quale, per di più, è molto di moda: l’inquinamento atmosferico!

Io sono con tutto il cuore dalla parte di coloro che denunciano l’inquinamento, di qualsiasi natura esso sia, e sopratutto sono vicino a coloro che cercano onestamente di prevenire l’inquinamento senza limitarsi furbescamente a trasferirne le fonti in casa d’altri; tuttavia, devo dichiarare il mio perfetto accordo con i Meteorologi più avveduti: pur essendo un fenomeno da tenere costantemente sotto controllo, l’Effetto Serra ha un ruolo solo marginale nell’attuale situazione climatica.[1]

Se osserviamo, infatti, i diagrammi delle temperature della Terra o, meglio, di alcune aree del pianeta (ché le medie globali sono assai poco significative) vediamo che nei dodici millenni  dell’Olocene (il periodo geologico in cui viviamo) il termometro avrebbe registrato degli sbalzi, di fronte ai quali le lievi modifiche attuali sono cose trascurabili.

Se, ad esempio, osserviamo il grafico delle temperature della Val Camonica, vediamo che la linea A-B indica la temperatura media esistente agli inizi del ventesimo secolo (temperatura che prendiamo come fase di riferimento per il suo clima equilibrato) la quale ci dà la chiara idea dell’estremo rigore delle temperature ambientali di 12 mila anni fa, quando per convenzione si conclude l’ultima Grande Glaciazione e con essa il periodo storico detto Paleolitico.

Fg. 1. Grafico dell’andamento termico verificatosi in Europa centro-meridionale negli ultimi 12.000 anni (da un’opera di E. Anati) e, sotto, grafico della piovosità negli ultimi 10.000 anni evidenziato dalle variazioni di livello del lago di Ginevra (da Leone Fasani in Il Veneto nell’antichità).

Fg. 1. Grafico dell’andamento termico verificatosi in Europa centro-meridionale negli ultimi 12.000 anni (da un’opera di E. Anati) e, sotto, grafico della piovosità negli ultimi 10.000 anni evidenziato dalle variazioni di livello del lago di Ginevra (da Leone Fasani in Il Veneto nell’antichità).

Mille anni più tardi, dopo alcuni secoli di clima via via meno rigido, la temperatura ritornò a scendere vertiginosamente fino a riportarsi ai livelli iniziali intorno al 9mila a.C… E fu solo dopo altri duemila anni (intorno al 7mila a.C.) che la temperatura raggiunse i valori di inizi ‘novecento.[2]

Nel millennio seguente, ci fu un clima notevolmente più caldo dell’attuale subito seguito da 500 anni di freddo intenso; poi, il termometro tornò a salire di prepotenza e fu proprio in questo periodo che nella nostra Penisola fiorì l’agricoltura dando inizio alla fase storica fondamentale detta “Periodo Neolitico”.

In breve, però, il caldo si fece torrido, le piogge diminuirono fortemente come mostra il grafico della piovosità (fg. 1 in basso), che scorre ad un livello notevolmente al disotto dell’attuale, e le terre si inaridirono danneggiando enormemente le colture agricole[3].

Incisioni Rupestri in Sahara

IncisioniRupestriSahara-foto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fg. 2 e 3.  A sx due grandi giraffe (in azzurro) ed un elefante (in rosso) incisi sulle rocce della regione sahariana del Fezzan (da Fiumi di pietra, di Angelo e Alfredo Castiglioni e Giancarlo Negro).
A dx: riproduzione grafica della stessa incisione (da Antiche Civiltà del Sahara, di Massimo Baistrocchi)
.

Non ostante ciò, tuttavia, le spece animali tipiche degli ambienti circumpolari, come gli orsi bianchi ed i pinguini dei quali si paventa la prossima estinzione a causa del riscaldamento globale, non scomparvero, e questo ci rassicura sul loro avvenire.

Il culmine del caldo fu raggiunto intorno al 4mila a.C., quindi la temperatura cominciò a diminuire con esasperante lentezza fino a tornare sui nostri valori intorno al 2mila a.C.

Questa “normalizzazione” del clima, pur se provvidenziale per il Sudeuropa, dovette costituire una catastrofe per le attività agricole della parte centrale e nord-orientale del continente dove, grazie al precedente lunghissimo periodo caldo (ma temperato dalla latitudine elevata) la popolazione umana era cresciuta in modo non ancora ben precisabile ma certo assai notevole, cosicché, continuando il raffreddamento del clima che portava le temperature al di sotto dei livelli attuali, di fronte alla drammatica diminuzione delle risorse agricole, si mise in moto una impressionante sequenza di migrazioni, le quali portarono i Nordeuropei ad  invadere con successive ondate migratorie le immense pianure sud-orientali del Vecchio Continente, l’Altopiano Iranico, l’Afghanistan, il Pakistan e l’India nord-occidentale, travolgendo popoli e culture che costituivano la punta di diamante della civiltà[4].

Poi, mentre altre ondate migratorie invadevano la Siberia meridionale e, attraversando l’attuale Mongolia, raggiungevano addirittura le isole più settentrionali dell’Arcipelago Giapponese, ulteriori andate volgevano a Sud e poi ad Ovest, ponendo le basi alle cosidette Civiltà Ittita in Anatolia e Micenea nel meridione della Penisola Balcanica, e portando definitivamente il resto dell’Europa dalla tarda Età della Pietra a quella del Bronzo.

Poi, verso la metà del secondo millennio a.C., la temperatura tornò a crescere sopra i livelli attuali per un paio di secoli, tornando poi a precipitare per mettere nuovamente in crisi l’agricoltura dei paesi a clima continentale e causando le tremende carestie ricordate negli annali egizi ed anatolici, e ciò diede il via a nuove devastanti migrazioni, che produssero la dissoluzione dell’Impero Ittita in Anatolia e della Civiltà Micenea in Grecia, mentre nell’Europa centro-meridionale si stanziavano popolazioni portatrici della Cultura dei Campi di Urne e di una civiltà protourbana che qualche secolo più tardi entrò in crisi per un ulteriore incrudimento del clima fattosi gelido e arido, incrudimento che, mettendo ancor più in crisi l’agricoltura, costrinse gran parte della gente ad abbandonare i centri abitati per tornare alla pratica della pastorizia seminomade.

Anche in Siberia gli sconvolgimenti climatici di fine secondo millennio provocarono disastrose migrazioni: cresciute di numero durante i circa due precedenti secoli a temperatura mite e messe in crisi dal rapido ritorno del freddo, le popolazioni mongolidi del Settentrione calarono a Sud ricacciando progressivamente verso Ovest le popolazioni europidi che vi si erano stanziate mille anni prima.

Queste ultime, note ai Greci col nome collettivo di Sciti e amalgamate in un groviglio etnico che presto assunse le caratteristiche di una travolgente ondata migratoria, nei primi secoli del primo millennio a.C. dilagarono ad Occidente degli Urali, invadendo gli immensi territori ad Est e a Nord del Mar Nero dai quali scacciarono le progredite popolazioni ivi stanziate, popolazioni che i Greci chiamavano Cimmeri.

Divisi in due tronconi dall’invasione giunta da Oriente, per sottrarsi all’incontenibile avanzata delle orde scitiche i Cimmeri fuggirono in parte verso Sud, riparando nell’Anatolia centrale, e in parte, la più numerosa, migrando a loro volta verso Occidente sino alle foci del Danubio.

Da qui, sempre perseguitati dal maltempo che da freddo arido stava volgendo al fresco umido, mentre una parte dei fuggitivi puntava sulla Grecia dando vita a quella che gli Storici chiamano Invasione Dorica, il grosso dell’orda fuggiasca, definita dagli Studiosi d’oltralpe Orda Cimmera o dei Cavalieri Nomadi, risaliva con foga disperata il corso balcanico del Danubio travolgendo ogni ostacolo che si opponeva alla sua avanzata.

Giunte infine sulla Pianura Pannonica, le diverse componenti dell’Orda Cimmera si smembrarono marciando in tutte le direzioni e, grazie alle rivoluzionarie tecniche di combattimento basate sull’uso sapiente della cavalleria e sulla superiorità delle armi, si imposero su gran parte dell’Europa, dove diffusero la pratica della Siderurgia dando così inizio all’Età del Ferro.

Frattanto, dopo un profondo picco di freddo intenso e asciutto che aveva interessato i primi secoli del primo millennio a.C.,  pur mantenendosi piuttosto umido il clima tornò lentamente ad addolcirsi, fino a raggiungere il livello attuale agli inizi dell’era cristiana, per poi superarlo nei secoli successivi favorendo in tal modo l’espansione dell’Impero Romano; quindi, già a partire dal terzo secolo, prese l’avvio una nuova piccola glaciazione, non freddissima ma molto umida, la quale rimise in moto i popoli del Nord e dell’Oriente, innescando così la terribile sequenza delle cosidette “invasioni barbariche” che portarono alla dissoluzione dell’Impero Romano….

Poi, a partire dal nono secolo, la temperatura tornò a salire  portandosi ai livelli attuali intorno all’anno mille e superandoli nell’Età Comunale e del primo Rinascimento, periodi il cui sviluppo fu indubbiamente favorito dalla dolcezza del clima.

Variazione linee di costa nel mediterraneo

Fg. 4.  Variazione linee di costa nel mediterraneo

A questa fase temperata seguì un altro raffreddamento, una breve ma intensa glaciazione certo non estranea alle guerre che per lunghi decenni travagliarono il panorama europeo, come le sanguinose campagne di conquista condotte dalla Svezia sul continente.

In questo breve periodo glaciale magistralmente illustrato dai pittori fiamminghi, l’avanzata dei ghiacciai alpini fu così pronunciata da raggiungere numerose borgate montane vecchie di secoli e provocarne la distruzione.

Infine, dai primi decenni dell’ottocento il clima cominciò ad addolcirsi (qualcuno direbbe “riscaldarsi”) con progressione decisa fino all’optimum climatico di inizi novecento, e ancora oggi la temperatura continua a salire seguendo la netta tendenza del diagramma termico della figura 1.

Durerà così ancora a lungo?

Oggi è impossibile dirlo, quindi, se non saremo capaci di escogitare un sistema per influire sui fattori del clima, dovremo armarci di pazienza e prepararci ad affrontare l’incertezza di un clima forse non peggiore di tanti altri che lo hanno preceduto.

 


Note

[1]  N.d.r: Quest’ultima affermazione ha suscitato le ire di alcuni fra i più accesi Ambientalisti o, meglio, di alcuni cosidetti “Ambientalisti” (diciamo “cosidetti” perché ai “veri” Ambientalisti la ricerca della Verità interessa almeno quanto interessa al nostro Autore).

[2] Quel periodo climaticamente felice è testimoniato dalle  meravigliose raffigurazioni di animali della Savana incise sulle rocce del Sahara, le quali mostrano come in quella lontana epoca il Nord-Africa fosse “verde”.

[3] Di questo terribile periodo, durato ben 2mila anni, abbiamo le testimonianze archeologiche nella Puglia settentrionale, dove i villaggi neolitici sorti numerosi nella fase umida iniziale furono abbandonati a favore di insediamenti sparsi di breve durata dovuta all’impoverimento dei suoli. Anche nel Veneto la siccità si fece sentire fortemente, tanto che nel Lago di Fimon (piccolo bacino di sbarramento situato presso il margine orientale dei Colli Berici, in provincia di Vicenza) il livello delle acque scese ad altre due metri sotto quello attuale, consentendo lo stanziamento di alcune capanne sorte direttamente sulle melme bianche del fondo essiccate dal Sole.

[4] Ed è a questo periodo, caratterizzato dal deciso ritorno delle perturbazioni atlantiche, che risale la forte sequenza nevosa che coprì il corpo del cosidetto Uomo del Similaun preservandolo dalla corruzione fino ai nostri giorni.