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I miei studi e ricerche in campo archeologico nel Veneto

Sacerdoti guerrieri dell’età del ferro?

(Articolo pubblicato su IL GIORNALE DI VICENZA  del 28 giugno 1991)

Sacerdoti
Contrariamente a quanto si potrebbe credere, le scoperte in campo archeologico avvengono in genere ad opera di semplici Cittadini più che dagli Addetti ai lavori. Ciò appare naturale se si pensa all’esiguità del personale delle Soprintendenze ed al fatto che i musei, al pari dei penitenziari, dispongono praticamente solo di personale amministrativo e di custodia!…

Ecco dunque, motivata l’insostituibile funzione dei semplici Cittadini di buona volontà, a cui merito vanno ascritte scoperte innumerevoli e a volte di eccezionale importanza.  Alcune di queste si sono verificate anche nel territorio vicentino, come ad esempio, nel 1959, la scoperta e il provvidenziale recupero delle ormai famosissime “laminette paleovenete” finite in una discarica col materiale di scavo proveniente da un cantiere edile situato in pieno centro a Vicenza: si tratta di un centinaio di laminette in bronzo (ma alcune sembra che siano in argento) tutte decorate a sbalzo con figure di vario soggetto.

Processione
Una delle più curiose di tali laminette è certamente quella che reca sbalzate le figurine di tre personaggi in movimento verso destra, i quali, nel catalogo pubblicato all’uopo nel 1963, sono visti come “alti dignitari o sacerdoti nello svolgimento di un rituale” .

A parte il loro abbigliamento, che è abbastanza comune presso i popoli italici di epoca preromana, quello che salta agli occhi è il tipo di acconciatura dei capelli nei tre personaggi: il loro capo, infatti, appare rasato solo in parte (mentre presso gli antichi Veneti la rasatura era generalmente completa) risparmiando una fascia longitudinale, i cui capelli formano una vistosa cresta (forse raccolta a treccia) che scende fin sulle spalle.

Bassorilievo Anatolico
Questa strana acconciatura sembra non avere finora riscontri in Italia[1] ed è quindi di difficile interpretazione; tuttavia, poiché in altre laminette appaiono delle creste, le quali tuttavia sono formate da pennacchi posti sul capo di danzatori riferibili al culto dei morti, potrebbe forse essere possibile ipotizzare un rapporto con tale culto anche per i nostri tre personaggi. Il capofila di questi, però, porta un copricapo che sembrerebbe escludere tale ipotesi, poiché appare anche sul capo di una fila di guerrieri sbalzati sulla celebre Situla della Certosa, un grande vaso in lamina bronzea rinvenuto nei pressi di Bologna; tali guerrieri, però, non hanno la cresta ma sono totalmente rasati! E allora sorge la domanda: i personaggi della nostra laminetta sono sacerdoti o guerrieri?

L’una ipotesi non esclude l’altra: abbiamo testimonianze sicure che attestano come spesso, nell’antichità, i sacerdoti potessero essere anche guerrieri, come l’eroe germanico Erminio, ad empio, il quale, nei primi anni del primo secolo dopo Cristo,  portando le insegne sacerdotali di un culto tribale  guidò  l’imboscata che,nella selva di Teutoburgo, portò alla totale disfatta delle legioni romane condotte da Varo.

Sfilata guerrieri
Del resto, l’idea del sacerdote guerriero doveva essere ben radicata in Europa anche in piena età cristiana, tanto che, nel medioevo, poterono sorgere ordini di monaci guerrieri come i Templari, i Cavalieri di Malta ed i Cavalieri Teutonici.


Note

[1] Un’acconciatura simile, però, appare in un bassorilievo anatolico di epoca ittita.

Ci sono analisi e analisi

 

 

 

 

 

Cosa non si fa per timore… o per danaro!
Entrambe le cose inducono a comportamenti, che in condizioni normali verrebbero giudicati assurdi… o,  peggio, riprovevoli.


Questo opuscolo costituisce la sintesi di due articoli che proposi ad un quotidiano vicentino: il primo fu consegnato nei giorni successivi all’annuncio della prossima realizzazione degli esami al carbonio 14 del tessuto della Sindone per determinarne scientificamente l’età, ed il secondo subito dopo la pubblicazione delle datazioni risultanti dai suddetti esami .

Pur se giudicati assai interessanti, i due articoli non furono mai pubblicati perché, secondo il Redattore della pagina della cultura di quel quotidiano, non avevo  “titoli” sufficenti per osare di contraddire pubblicamente i Grossi Calibri della Scienza[1].

Per rimediare a tale rifiuto, qualche anno più tardi, in seguito al ritorno d’interesse per le vicende della Sindone suscitato dall’incendio che aveva colpito il duomo di Torino (al cui interno è custodito il Sudario recante l’immagine straziata di Cristo) nel ’97 pubblicai una sintesi dei due articoli sul Bollettino FAAV (l’organo interno della Federazione delle Associazioni Archeologiche Venete) sintesi, che venne poi presentata nella collana “Appunti di Archeologia” della stessa FAAV.

QUANDO LA CONOSCENZA SI FA SCIENZA

Fg. 2. Donald Johanson (a sin.) sta ricomponendo le ossa di Lucy sotto l’occhio del fotografo.

Fg. 2. Donald Johanson (a sin.) sta ricomponendo le ossa di Lucy sotto l’occhio del fotografo.

Leggendo “Lucy”, il libro nel quale Donald Johanson parlava della scoperta, nella regione di Hadar, in Etiopia, dello scheletro di ominide che lo rese celebre in tutto il mondo come paleontologo, rimasi colpito dalla meticolosità e dalla pervicacia, di cui diedero prova gli studiosi addetti alla datazione delle rocce inglobanti il giacimento fossilifero nel quale furono trovate, appunto, le ossa della femmina di ominide che sarebbe diventata famosa col nome di Lucy.

Nella foto, Donald Johanson (a sin.) sta ricompo-nendo le ossa di Lucy sotto l’occhio del fotografo

 La cocciuta insoddisfazione degli scienziati per i risultati, che via via conseguivano con i diversi procedimenti di analisi a cui sottoponevano i campioni di roccia, aveva precise e fondate motivazioni: si trattava di stabilire senza ombra di dubbio l’età di quello, che poteva essere il più antico e completo scheletro umano fino ad allora rinvenuto, le cui caratteristiche somatiche, tuttavia, apparivano straordinariamente più moderne di quelle di altri ominidi, pure ritrovati in Africa orientale, ma notevolmente meno antichi.

«Occorrevano date assolutamente indiscutibili dal punto di vista scientifico – diceva l’Autore – prima che potessi … elaborare una solida ipotesi … su ciò che erano gli ominidi di Hadar. In questa ipotesi, la loro età era di importanza primaria

Il compito di scegliere i campioni di roccia da analizzare fu affidato allo stesso geologo, che aveva eseguito il rilevamento geologico della zona e che sapeva quindi dove mettere le mani.

Operando con cura nei vari strati rocciosi, furono raccolti dei campioni di tufo vulcanico e di basalto, i quali furono poi inviati a certo James Aronson, esperto in datazioni delle rocce e ideatore di un apparecchio in grado di operare sulle rocce ignee col metodo del potassioargon, metodo basato cioè sulla determinazione del decadimento del potassio 40 (un isotopo instabile del normale potassio contenuto nelle rocce vulcaniche) in argon, un gas raro e pesante emesso normalmente dai terreni vulcanici.

Aronson scartò subito le ceneri vulcaniche, perché c’era la possibilità (non la certezza) che contenessero particelle di roccia di età diversa strappate dalle pareti del camino vulcanico durante l’eruzione, particelle che avrebbero potuto falsare i risultati delle analisi!

Fg. 3. Il basalto è una roccia effusiva pesantissima ed estremamente compatta, il cui colore nero è dovuto all’alto contenuto di ferro. Quando questo materiale viene eruttato in grandi masse, il rapido raffreddamento (spece se a contatto con l’acqua) produce sovente una profonda fessurazione a reticolo esagonale, che dà origine al cosidetto “basalto colonnare”, come nel caso della spettacolare “scala dei giganti” in Irlanda.

Fg. 3. Il basalto è una roccia effusiva pesantissima ed estremamente compatta, il cui colore nero è dovuto all’alto contenuto di ferro. Quando questo materiale viene eruttato in grandi masse, il rapido raffreddamento (spece se a contatto con l’acqua) produce sovente una profonda fessurazione a reticolo esagonale, che dà origine al cosidetto “basalto colonnare”, come nel caso della spettacolare “scala dei giganti” in Irlanda.

Lo studioso non fu contento neppure dei campioni di basalto, benché questi fossero stati raccolti da mani esperte, e tuttavia li analizzò ugualmente: il risultato ottenuto però non lo convinse per niente, cosicché egli pretese di andare di persona a raccogliere i campioni da analizzare  «perché – diceva – lo stato dei campioni non è meno importante dei campioni stessi!»

Portato a casa il nuovo materiale e sottopostolo ad analisi, Aronson non fu ancora soddisfatto poiché, osservati al microscopio, anche i campioni migliori davano l’impressione di una possibile alterazione!

Determinato a non arrendersi, lo studioso decise di verificare i risultati ottenuti col potassio-argon mediante l’esame del paleomagnetismo, esame che sfrutta le periodiche inversioni di polarità del magnetismo terrestre[2] consentendo di realizzare, per le rocce risalenti alle ultime decine di milioni di anni, delle tabelle dei  periodi magnetici databili con buona approssimazione.

Ebbene, per i campioni di basalto di Hadar, l’esame del paleomagnetismo dava due possibili collocazioni: o nel periodo compreso fra 3,6 e 3,4 milioni di anni fa o in quello compreso fra i 3,1 e i 3 milioni di anni fa.

Poiché la datazione al potassio-argon dava un’età di circa 3 milioni di anni, il basalto di Hadar avrebbe dovuto essere collocato nel periodo più recente, ma Haronson non ne era ancora convinto, poiché temeva che i suoi campioni di basalto potessero essere alterati: pertanto, decise di procedere ad altre verifiche, avvalendosi però dell’esperienza di un altro specialista, Bob Walter, esperto in datazioni mediante lo studio delle tracce lasciate dalla fissione dell’uranio nei cristalli di zircone.

Condotto dunque ad Hadar, Walter individuò tre nuovi strati di tufo vulcanico situati in posizione strategica, ma dovette scartarne due perché sospetti, per cui raccolse i campioni di zircone nello strato intermedio e, sottopostili ad esame, ottenne una datazione che faceva aumentare la fiducia nei 3 milioni di anni del basalto di Aronson, ma non ne dava la certezza!

Nel frattempo, un certo Basil Cooke aveva messo a punto uno studio sulla sequenza evolutiva dei maiali fossili dell’Etiopia, le cui datazioni, ottenute mediante l’analisi dei numerosi strati vulcanici che la caratterizzavano, erano già accettate internazionalmente in quanto considerate affidabili per la loro numerosa e corretta sequenza temporale.

Interpellato sulla determinazione dell’età delle rocce di Hadar e confrontati i resti di maiale rinvenuti nelle rocce fossilifere inglobanti lo scheletro di Lucy con la sua sequenza di suidi etiopici, Basil Cooke poté affermare in modo inequivocabile, che lo scheletro dell’ominide di Hadar doveva essere più antico di almeno 3 – 400 mila anni rispetto alle datazioni che gli erano state attribuite in precedenza!

Accettando con sollievo le datazioni espresse dalla sequenza dei suidi catalogati da Basil Cooke, in quanto giustificavano le onerose controanalisi effettuate a causa dei dubbi sulla integrità dei suoi campioni di roccia, e assegnando perciò il proprio basalto al periodo magnetico più antico, quello che va dai 3,6 ai 3,4 milioni di anni fa, Aronson poteva affermare a ragion veduta che «se i materiali da analizzare non garantiscono la perfetta conservazione, pur se effettuate con gli strumenti più sofisticati le diverse analisi possono risultare altamente inaffidabili»!!!

Benché costituiti da roccia estremamente compatta, pesante e dura qual’è il basalto, infatti, e pur se raccolti da mani esperte, i campioni di roccia analizzati da Aronson avevano fornito i seguenti risultati: quelli migliori (che al microscopio risultavano solo sospetti) fornirono datazioni errate di 400 e 800 mila anni, pari al 12 e al 25 % della datazione reale, mentre i campioni, che al microscopio apparivano alterati, davano errori  di 900 mila e addirittura di un milione e 500 mila anni, pari al 30 e al 43 % dell’età reale!!!

QUANDO LA SCIENZA SI FA… USARE

Fg. 4. Piccolo campionario dei pollini trasportati normalmente dall’aria: quegli stessi pollini, che talvolta ci provocano allergie, si depositano ovunque e si annidano aggressivamente in profondità cercando l’accoppiamento.

Fg. 4. Piccolo campionario dei pollini trasportati normalmente dall’aria: quegli stessi pollini, che talvolta ci provocano allergie, si depositano ovunque e si annidano aggressivamente in profondità cercando l’accoppiamento.

Alla luce di tali sorprendenti considerazioni, quando si diffuse la notizia, che alcuni campioni di tessuto in lino della Sindone sarebbero stati sottoposti all’esame del radiocarbonio al fine di determinarne scientificamente l’età reale, rimasi di stucco, perché recentissime indagini avevano evidenziato l’enorme quantità di inquinanti annidati profondamente e irrimediabilmente nella trama e nelle fibre del venerando sudario: tra questi, innumerevoli erano infatti i pollini, in gran parte tipici del Vicino Oriente, e straordinaria era la quantità microorganismi, di polveri e della fuliggine prodotta nei secoli dalle candele e dai lumi votivi.

«Se – mi chiedevo – il basalto, che è una delle rocce più compatte, pesanti e dure presenti sulla superfice terrestre, pur se raccolto da mani esperte può falsare le datazioni strumentali anche del 43 per cento, di quanto potranno essere falsate le datazioni al radiocarbonio di un tessuto esposto per secoli al fumo delle candele e alle polveri onnipresenti nell’aria?»

Era certo che l’analisi al radiocarbonio avrebbe fornito una datazione assurdamente posteriore all’epoca di Cristo, ed era altrettanto chiaro che, pur se assolutamente inattendibile, a tale eclatante datazione gli organi d’informazione avrebbero dato la massima rilevanza, sfruttando la straordinaria notizia per incre-mentare le vendite.

Fg. 5. Fibrille di lino: A = vista longitudinale (ingr. x 400); B = sezioni trasversali (ingr. x 200); C = estremità acuminata (ingr. x 400) (tavola da Merceologia, di G. V. Villavecchia)

Fg. 5. Fibrille di lino: A = vista longitudinale (ingr. x 400); B = sezioni trasversali (ingr. x 200); C = estremità acuminata (ingr. x 400)
(tavola da Merceologia, di G. V. Villavecchia)

Ma altrettanto certo era anche il fatto, che lo scalpore destato dallo scandalo prodotto dalla nuova, strabiliante datazione della Sindone, sarebbe stato strumentalizzato da quanti, agnostici superbamente convinti, godono nel seminare il dubbio fra i poveri, sprovveduti Credenti.

«Ma perché tanto pessimismo? – si chiederà qualcuno – In fin dei conti, gli scienziati sapranno bene ciò che fanno!»

Ebbene (e qui esprimo la mia più convinta opinione) qui non si tratta di Scienza ma di subdola malizia e di accorto affarismo messi in atto grazie ad una imperdonabile… diciamo… ingenuità!

Il perché di tali pesanti convinzioni è presto detto: il lino, di cui è fatto il tessuto della Sindone, è caratterizzato da fibre a sezione poligonale, i cui fasci al microscopio mostrano numerose striature longitudinali e la cui caratteristica peculiare, che rende il lino particolarmente adatto per l’abbigliamento estivo e per gli asciugamani, è la loro grande capacità di restringersi quando sono asciutte (tanto da assumere una sezione a forma di stella) e di inturgidirsi in presenza di umidità fino a ritornare alla sezione normale.

 

Fg. 6. La martoriata immagine anteriore di Cristo così come appare da una fotografia al negativo della sacra Sindone: le figure geometriche ai lati della stessa immagine sono le tracce di un incendio.

Fg. 6. La martoriata immagine anteriore di Cristo così come appare da una fotografia al negativo della sacra Sindone: le figure geometriche ai lati della stessa immagine sono le tracce di un incendio.

Ed è appunto tale capacità di funzionare come un mantice che ha prodotto l’irreversibile inquinamento del tessuto della Sindone. Se consideriamo infatti, che il prezioso sudario è stata esposto per secoli alla venerazione dei fedeli e, di conseguenza, ad una quantità incalcolabile di elementi inquinanti associati all’umidità dell’aria (tipica della Pianura Padana), elementi quali:

– la carica di polvere e di pollini depositatisi sul tessuto nel corso di  innumerevoli anni (polveri e pollini che sono stati rilevati in quantità incredibile e per la maggior parte tipici del Vicino Oriente).

– la quantità di microorganismi di tutti i tipi e di tutte le dimensioni presenti sempre ed ovunque nell’aria, anche in quella che respiriamo, i quali hanno impregnato il tessuto della Sindone.

– l’accumulo di carbonio dovuto alla flora batterica proliferante per centinaia d’anni nelle striature delle fibre del lino.

– il fumo di milioni di candele votive e di lumini ad olio accesi davanti al telo dalla devozione popolare per un incalcolabile numero di anni[3] (si veda a questo proposito l’annerimento da fumo dei vecchi quadri esposti nelle chiese, fumo che, è bene ricordarlo, è costituito praticamente solo di carbonio puro e quindi anche di carbonio 14).

– il fumo degli incensamenti eseguiti nelle innumerevoli cerimonie celebrate nel corso dei secoli, fumo a cui si sovrappose quello prodotto dall’incendio che coinvolse la Sindone nel XVI secolo.

Se consideriamo, ripeto, che questi fattori inquinanti sono presenti nel tessuto della Sindone in quantità assolutamente massicce e risalenti ad epoche diversissime, e se osserviamo che si trovano intimamente compenetrati nelle fibre del lino, alterando in tal modo profondamente e in maniera irreversibile il complesso di elementi chimici tra i quali deve destreggiarsi l’analista per la datazione al C 14, e se ricordiamo infine, che lo stato dei campioni non è meno importante dei campioni stessi, appare evidente che i frammenti di tessuto prelevati dal venerando sudario non erano assolutamente idonei a sostenere l’esame a cui sono stati sottoposti per ottenere una datazione scientificamente inoppugnabile della Sindone.

 

RIFLESSIONI E … DOMANDE

 Era chiaro, dunque, che l’esame al carbonio 14 avrebbe fornito una datazione assai più recente rispetto a quella riportata dalla Tradizione, così com’era certo, che tale datazione sarebbe stata assolutamente inattendibile

E allora, perché consentire l’attuazione di tali assurdi e antiscientifici esami?

Il perché è presto detto e appare basato su motivazioni alquanto banali, che nulla hanno a che fare con la Scienza: ancora condizionate dal complesso di colpa per il processo a Galileo, nel 1987 le Gerarchie ecclesiastiche non seppero resistere alle sirene che le invitavano o, meglio, le sfidavano a consentire l’esame al radiocarbonio della Sindone, per dimostrare al mondo che la Chiesa Cattolica non era oscurantista e non temeva il confronto con la Scienza.

A questo punto, però, sorgono spontanee altre legittime domande:

– Perché gli Scienziati hanno accettato il compito di datare la Sindone col metodo basato sul carbonio 14, pur sapendo che il tessuto del venerando sudario era inquinato in modo tanto grave e irreversibile?

– Se gli Scienziati, che hanno così maldestramente datato la Sindone, fossero stati animati dalla stessa pignola determinazione di giungere alla verità vera dimostrata dagli esperti che datarono le ossa di Lucy, avrebbero ritenuto ugualmente idonei all’esame del C 14 i campioni prelevati dalla Sindone?

– E se non ci fosse stata la contropartita di una gratuita e straordinaria pubblicità a livello mondiale, gli Istituti, che hanno eseguito la datazione della Sindone con l’esame al C 14, avrebbero ugualmente assunto l’incarico di effettuare detta operazione su campioni tanto inquinati?

Conseguenza di tanto arrabattarsi degli Scienziati per salire all’onore della cronaca, sono lo sconcerto e la cocente delusione di un’infinità di persone, le quali, comprendendo ben poco di esami al C 14, di pollini, di flora batterica, di impregnamento da fumo e di impossibili “tare” da applicare alla datazione per la presenza di quella enorme ma indefinibile quantità di inquinanti, il 13 ottobre del 1988 sono state colpite e amareggiate dell’assurda età assegnata alla Sindone da ben tre Istituti scientifici internazionali, datazione che gli Organi d’informazione di tutto il mondo hanno poi trasformato in un evento scandalistico da strombazzare ai quattro venti per aumentare le vendite (la forza del danaro!) trascurando però di dare risalto alle “riserve” che la Scienza, quella seria,  imporrebbe doverosamente di evidenziare!

 

 

NB: Qualche anno dopo la pubblicazione dei risultati della datazione al radiocarbonio, uno Scienziato russo pubblicava una ferma critica all’operato della Scienza Occidentale, per l’inammissibilità dell’esame al C 14 a cui aveva sottoposto un tessuto profondamente inquinato dai fumi dell’incendio, che nel xxxxxxx aveva coinvolto la Sindone quando ancora era custodita nella cappella di Chambery in alta Savoia.

E che tale giustificatissima critica sia giunta da parte di uno Scienziato cittadino dell’Unione Sovietica, patria del’Ateismo di Stato, la dice lunga sull’affidabilità di quella datazione!

Negli anni seguenti, gli studi sulla Sindone sono proseguiti, e tuttora continuano, da parte di numerosi Istituti Scientifici internazionali, i quali operano nuovi, inediti esami, che non subiscono alcuna influenza da parte degli inquinanti annidati nella trama del tessuto, i cui esiti portano sempre più ad avvalorare la credibilità della Tradizione.

Uno di tali studi, in particolare, condotto recentemente nei laboratori dell’Università di Padova, si basa sulla analisi del progressivo decadimento nel tempo dell’elasticità delle fibre di lino, cioè progressivo decadimento della loro resistenza alla trazione, resistenza che diminuisce con l’aumentare dell’età delle fibre stesse.

Ebbene, pur con una approssimazione di varie decine di anni in più o in meno, tale studio riporterebbe l’età del tessuto sindonico a duemila anni fa!


Note

[1]  Come ormai di regola, le persone badano più al Nome di Chi parla piuttosto che a Quello che dice. E così il Progresso attende…

[2] Con cadenze irregolari (la cui durata media è di 700.000 anni) i poli magnetici della Terra cambiano segno (uno da positivo diventa negativo e l’altro da negativo diventa positivo) come se, ad esempio, da oggi la lancetta del Nord della bussola prendesse ad indicare il Polo Sud. Ebbene, tali inversioni di polarità lasciano traccia di sé nell’orientamento dei cristalli delle rocce in formazione

[3] Un esempio della quantità di fumi e di polveri che possono depositarsi nel tempo su una superfice è dato dall’annerimento dei dipinti esposti nelle chiese, annerimento che opacizza in modo crescente i colori, la cui entità è rilevabile solo al momento del restauro delle tele stesse confrontando i colori nuovamente vividi delle superfici ripulite con quelli smorti e opachi delle superfici ancora sporche. E ciò, considerando che le pitture spianano le superfici delle tele rendendo meno facile il deposito dello sporco, dà l’idea di quello che può accumularsi ed annidarsi su una tela non dipinta!

Il disco di Rosà

Disco di Rosàà

Disco di Rosà

 

Negli anni novanta del secolo scorso, destò scalpore la pubblicazione dello studio su una mappa della Penisola Iberica disegnata su papiro: «Un documento con la più antica mappa giunto sino a noi!» titolava un quotidiano nazionale, e giù parole su parole per dire, alla fine, che si trattava di un papiro di età ellenistica databile, sembra, nientemeno che al primo secolo avanti Cristo…
Bazzecole!… In Territorio Vicentino, infatti, c’è ben altro… e molto più antico!
Dopo la snervante attesa di anni ed anni dal rinvenimento dello straordinario Di-sco di età venetica, durante i quali non fu possibile ottenere alcuna informazione su di esso, un libro sulla storia di Rosà edito dallo stesso Comune pubblicava una bella fotografia del prezioso reperto, fotografia che mi permetteva (finalmente!) di studiarne le caratteristiche e di formulare delle ipotesi sul significato della sua singolare decorazione.
Così, il 2 settembre 1999, Il Giornale di Vicenza pubblicava la parte preliminare del mio studio riguardante una interpretazione non convenzionale del Disco alla luce non dei soliti accostamenti della Cultura Venetica con quella classica greco-romana ma con le culture celto-germaniche, e ciò perché, a detta di Polibio, per costumi e cultura i Veneti apparivano in tutto simili ai Celti, dai quali si distinguevano solo per la lingua.
Poi, nel 2001, vedeva finalmente la luce l’opuscolo contenente lo studio completo, comprendente anche il raffronto con l’Arte Classica greco-romana e con quella del Vicino Oriente. In tal modo, il mio studio sul Disco di Rosà assumeva la veste definitiva… quella stessa che ho il piacere di presentare in questa sede.
Va ricordato però che, tre anni dopo il mio opuscolo, nel 2004 veniva pubblicato lo studio ufficiale ad opera delle Istituzioni, alle cui argomentazioni replicavo con mie osservazioni pubblicate a più riprese sul Bollettino FAAV, l’organo di informazione interna della Federazione delle Associazioni di Archeologia del Veneto, osservazioni che hanno riscosso l’interesse di più di un Addetto ai Lavori e che mi appresto a riportare su questo Sito col titolo Precisazioni sul Disco di Rosà.

[Scarica l’opuscolo: Disco di Rosà(PDF 2,1 MByte)

L’odissea nel mar Nero?

Ritratto di Omero maltrattato dal tempo e... dagli uomini (Museo di Belle Arti - Boston)

Ritratto di Omero maltrattato dal tempo e… dagli uomini (Museo di Belle Arti – Boston)

Quello che i Greci chiamavano Ponto Eusino sembrerebbe l’ambiente ideale per collocarvi i luoghi omerici
Sull’ubicazione dei luoghi omerici sono stati versati fiumi d’in-chiostro e questo perché, già in età classi-ca, gli stessi autori greci hanno proposto delle varianti basate su una situazione geografica riscontrata nei luoghi ai loro tempi, situazione che sembrava contraddire la descrizione degli stessi luoghi riportata nell’Odissea.
Ed è appunto da tali contraddizioni che prese origine il detto, secondo il quale “di tanto in tanto Omero dormicchia”.

[Scarica l’opuscolo: Odissea nel mar Nero?(PDF 1,3 MByte)

 

Realtà e fantasia nell’Arte e nel Mito

Toro Tricorno - piccola terrecotta del II-III sec. d.C. dalla necropoli gallo-romana di Cutry (F)

Toro Tricorno – piccola terrecotta del II-III sec. d.C. dalla necropoli gallo-romana di Cutry (F)

(Gruppo archeologico Val de l’Agno   – 2005)

PREMESSA

L’arte figurativa costituisce la più efficace ed antica forma di narrazione non orale, tuttavia, al pari della narrativa scritta vera e propria, essa è soggetta alle deformazioni prodotte più o meno volontariamente dall’autore nell’intento di rendere più gradevole o più comprensibile la sua opera.
Una conferma a tale tendenza ci viene dal medioevo, quando, stimolati dalla presenza di numerosi animali esotici a Palermo, presso la corte di Federico II di Svevia, a partire dal XIII secolo studiosi ed artisti cominciarono a produrre i  cosidetti bestiari, opere che poi, con l’invenzione della stampa, consentirono la diffusione in tutta Europa di immagini e notizie sugli animali più strani.
Chiaramente, questo splendido pachiderma è un rinoceronte ma la decorazione che lo ricopre ne fa un animale fantastico.

Questo splendido pachiderma è un rinoceronte ma la decorazione che lo ricopre ne fa un animale fantastico

Questo splendido pachiderma è un rinoceronte ma la decorazione che lo ricopre ne fa un animale fantastico

LA FANTASIA NELL’ARTE

L’aspetto di quelle creature, tuttavia, appariva generalmente come un incrocio fra timida realtà e fervida fantasia a causa del pesante condizionamento ad opera dell’imprescindibile (per quei tempi) eredità culturale lasciata dagli eruditi dell’antichità greca e romana e, il più  delle  volte,  a  causa  della mancata conoscenza diretta dei soggetti, alla quale gli artisti dovevano sopperire con la fantasia.
La consuetudine di abbellire la realtà con l’immaginazione si protrasse anche in tempi relativamente recenti, attestando l’irresistibile tendenza dell’Uomo ad adattare le situazioni reali al proprio modo di sentire.

Timpano Cividale - Animali adulti con cuccioli: bassorilievo su elemento architettonico di età longobarda a Cividale del Friuli. Si osservino i rinoceronti col corno sulla fronte anziché sul naso e, nei leoni, la bocca dal profilo a denti di sega e  gli enormi artigli a rastrello.         (dis. Gianni Bassi   1978)

Timpano Cividale – Animali adulti con cuccioli: bassorilievo su elemento architettonico di età longobarda a Cividale del Friuli. Si osservino i rinoceronti col corno sulla fronte anziché sul naso e, nei leoni, la bocca dal profilo a denti di sega e gli enormi artigli a rastrello. (dis. Gianni Bassi 1978)

Seguendo infatti una tradizione che affondava le radici nell’alto medioevo, l’opera degli artisti era condizionata dalla convinzione secondo la quale la raffigurazione degli animali doveva  rispettare determinati canoni quali ad esempio, la posizione delle corna sulla fronte come nei bovini, cosicché il corno del rinoceronte non poteva essere collocato sul naso ma vicino agli orecchi; poi, determinati particolari anatomici dovevano essere esaltati per illustrare le caratteristiche comportamentali delle belve, come nel caso della dentatura e degli artigli dei grossi carnivori.
Così, la stampa dei bestiari diede modo a torme di incisori di dare libero sfogo alla propria creatività producendo a volte autentici capolavori nell’arte grafica.

Pur se, come abbiamo visto, taluni esemplari di tali opere risultano assolutamente irriconoscibili, il più delle volte, come si è detto, la realtà non appare mai del tutto annullata dalla fantasia, così in genere si riesce a cogliere distintamente la natura del  modello ispiratore, purché, beninteso, si riesca a superare le congetture e le fumose disquisizioni dei dei critici d’arte, le quali costituiscono spesso delle autentiche barriere erette improvvidamente fra l’opera dell’artista ed il pubblico desideroso di capire.

Il pesce monaco e il pesce vescovo sono chiaramente frutto esclusivo della fantasia medievale.

Il pesce monaco e il pesce vescovo sono chiaramente frutto esclusivo della fantasia medievale.

Il modello originale doveva essere una giraffa, ma le corna da stambecco e la pelle a macchie anziché a chiazze la rendono irriconoscibile.

Il modello originale doveva essere una giraffa, ma le corna da stambecco e la pelle a macchie anziché a chiazze la rendono irriconoscibile.

LA FANTASIA NEGLI SCRITTI

Se questa innata tendenza a modificare a proprio agio od abbellire le cose è chiaramente percepibile nell’arte figurativa, non sempre si riesce a coglierla compiutamente nella narrativa scritta, poiché, se i discorsi sono ben congegnati, in tale ambito è possibile dire tutto e il contrario di tutto.
Un chiaro esempio in proposito è dato dall’Odissea, il poema cosidetto omerico, in cui sono narrate le peripezie che per dieci anni impedirono il ritorno a casa di Ulisse.

Odisseo ospite di Circe. Fuorviante ricostruzione ambientale dell'episodio omerico proposta da un testo scolastico degli anni cinquanta del '900.

Odisseo ospite di Circe. Fuorviante ricostruzione ambientale dell’episodio omerico proposta da un testo scolastico degli anni cinquanta del ‘900.

Sull’ubicazione delle località in cui avrebbero avuto luogo le disavventure di Odisseo sono state pubblicate montagne di studi, nei quali le tappe delle peregrinazioni dell’eroe sono state immaginate ovunque, persino lungo le coste della Scandinavia, ma senza giungere mai a risultati conclusivi.
A lungo andare, dunque, fra gli studiosi sembra essersi affermata la convinzione che i poemi omerici non abbiano alcuna collocazione precisa, poiché sarebbero il frutto della fantasia di diversi cantastorie attivi presso le corti dei principi greci durante il cosidetto medioevo ellenico, il periodo di forte arretramento culturale seguito all’invasione dorica della Grecia.

GLI SCETTICI

Di tale scetticismo è data prova nella premessa di una recentissima riedizione integrale dell’Odissea con testo italiano e greco, nella quale, con una certa ironia, si dice: «I periodi di navigazione che portano Odisseo avanti e indietro fra il mondo della realtà e il regno delle fate durano nove o diciotto giorni: con queste cifre tonde ricorrenti il poeta stesso ci chiede di non prenderlo troppo sul serio; ma le traversate e i naufragi sembrano talmente autentici che qualcuno non ha ancora smesso di tracciare sugli atlanti la rotta di Odisseo».

E allora viene da chiedersi se sia mai possibile che, in un periodo caratterizzato da piccole comunità chiuse in sè stesse (come avviene di regola nei secoli bui conseguenti al crollo delle grandi civiltà) delle narrazioni disarticolate, frutto della fantasia di singoli cantastorie isolati, abbiano potuto affermarsi contemporaneamente in tutta la vastissima area geografica di lingua greca, aggiustandosi poi l’una con l’altra fino a formare un insieme organico nei cosidetti  poemi omerici.
A mio avviso, la risposta è no, e questo perché, dalla storia della letteratura dei popoli antichi, risulta che i miti sono nati da fatti realmente accaduti e, in origine, ben noti a tutti, fatti che poi i cantastorie riportavano oralmente con grande fedeltà, poiché gli ascoltatori non tolleravano variazioni arbitrarie nella trama e nella collocazione geografica degli avvenimenti.
Pertanto, è assai probabile che l’Odissea abbia un fondamento storico preciso, e questo anche al di là della provata storicità della tragedia troiana da cui essa prendeva origine, tragedia che costituì il prologo alla dissoluzione dell’Impero Ittita ed alla scomparsa della Civiltà Micenea.
Le componenti storiche dell’Odissea, però, devono essere recuperate discernendole fra la massa delle meravigliose irruzioni della fantasia nel campo della realtà, irruzioni che, come abbiamo visto, si verificano in tutti i campi quando l’immagina-zione deve sopperire alla mancanza di informazioni dirette o documentate.
Per effettuare tale recupero, tuttavia, occorre innanzitutto dare fiducia ad Omero (o all’insieme di autori antichi che il nome di Omero rappresenta), poi è bene sgombrare il campo dall’ostico groviglio delle disquisizioni di carattere letterario stratificatesi e consolidatesi nel corso dei secoli (disquisizioni che, pur se pregevolissime dal punto di vista della critica letteraria, distolgono l’attenzione del ricercatore dai contenuti effettivi dell’o-pera); infine, bisogna considerare il testo omerico per quello che dice effettivamente e non per quello che, secondo altri, “il poeta forse o probabilmente o quasi certamente o di sicuro avrebbe voluto o non voluto dire”…

Ebbene, alla luce di tali considerazioni, ora possiamo affrontare la lettura dello studio che, tanto per cambiare, propone un’altra versione del mito sui cosidetti Luoghi Omerici.

Il suo titolo? Un grande interrogativo:

Situla di Alpago

Situla dell'Alpago

Situla dell’Alpago

QUANTI FRAINTENDIMENTI!

Fin dall’inizio (la situla è stata rinvenuta nel 2002) il ritrovamento di questo straordinario recipiente in lamina bronzea decorata a sbalzo di età venetica ha provocato qualche clamoroso fraintendimento, e questo non solo riguardo all’interpretazione della particolarissima sequenza delle scene sbalzate sulla sua parete, ma anche sulle circostanze e le modalità del suo rinvenimento e persino sul nome della località in cui il prezioso reperto è venuto alla luce.
Allora, prima di passare all’esame delle straordinarie raffigurazioni, e tralasciando i problemi inerenti alle modalità del rinvenimento che esulano dagli scopi del presente studio, affrontiamo l’enigma (se tale si può definire) costituito dall’interpretazione del nome della località, in cui è stata individuata “l’area cimiteriale in uso dal VII al V secolo a.C.“ da cui proviene detta situla.

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Le specie: c’è evoluzione ed evoluzione

   GIANNI BASSI

LE SPECIE: C’È EVOLUZIONE ED EVOLUZIONE

da Il Giornale di Vicenza in data 23 agosto 1990
evoluzione

Le infinite forme dei viventi non cessano mai di stupire

Riguardo all’origine delle specie viventi, superata ormai totalmente la teoria creazionista, l’interesse ed il consenso per la teoria evoluzionista si è talmente dilatato da manifestare già da tempo i segni di profonde incrinature interne tendenti a suddividerla in varie correnti di pensiero.
La principale di tali correnti, cioè quella che riscuote il consenso della stragrande maggioranza dell’opinione pubblica, è la corrente che definirei selezionista, in quanto tende a spiegare tutti i fenomeni relativi all’evoluzione delle specie con la selezione naturale, cioè con quel processo che tende ad eliminare gli esseri più deboli, meno duttili, meno rampanti ed a favorire i più forti, i più opportunisti, i più aggressivi.
La seconda corrente ha molto meno seguito (questo però è forse più avveduto) e potrebbe essere definita programmista, in quanto tende a considerare l’evoluzione delle specie non come mera conseguenza di un meccanismo selettivo cieco ma come realizzazione graduale di un progetto, che si avvale anche della selezione naturale.
È fuori dubbio che la selezione naturale abbia una funzione fondamentale nel processo evolutivo delle specie, funzione che consiste nell’escludere dal ciclo riproduttivo gli individui o addirittura le specie meno adatte ad affrontare le asperità della vita, tuttavia, bisogna tener presente che esistono due forme di evoluzione: una, che non modifica l’efficenza delle difese organiche, ed una, invece, che altera tali difese in quanto provoca una mutazione dei tessuti.

Ad esempio, il forte aumento di statura riscontrabile nell’ultima nostra generazione, non avendo provocato alterazioni nella qualità dei tessuti e quindi non avendo intaccato le difese organiche, costituisce una forma di mutazione, che in passato sarebbe stata certamente vantaggiosa in campo bellico favorendo, con la maggiore prestanza fisica, gli individui mutanti a scapito dei mingherlini (non dimentichiamoci che , per legge, nell’antica Sparta le donne potevano tradire il marito purché l’amante fosse più prestante del coniuge).

appendice

L’appendice nasce dalla parte iniziale dell’intestino crasso (colon), il quale non solo costituisce il serbatoio di transito preposto al recupero dei liquidi (acqua) dalle feci ma con queste ospita anche la miriade di micro-organismi costituenti la flora batterica intestinale.
(dis. da Tavole di Anatomia umana, ed Giunti-Marzocco)

Altrettanto non si può dire, invece, per certe mutazioni, come ad esempio la formazione di nuovi organi, le quali, durante il processo di radicale modifica dei tessuti, per milioni di anni hanno esposto i mutanti a infezioni e setticemie, un po’ come succede per le infezioni all’appendice, cioè di quella sottile diramazione situata alla base dell’intestino crasso, che a volte si infiamma e si infetta producendo nell’uomo l’appendicite, malattia che, se non curata, piò portare alla morte.

Su tale pericolosa presenza nel nostro organismo esistono pareri discordi: c’è chi dice che l’appendice è un organo in via di formazione (il quale perciò può essere causa di malattia non avendo ancora raggiunto lo stadio di funzionalità), e c’è chi dice che essa è un organo che si sta atrofizzando avendo perso la sua utilità (in questo caso, però, la pericolosità di tale organo sarebbe doppiamente fonte di guai, poiché gli inconvenienti che procura ora all’umanità dovrebbe averli prodotti anche nella fase di formazione).
In entrambi i casi, comunque, la presenza di questo ex o futuro organo costituisce un pericolo costante, quindi avrebbe dovuto essere cancellato sul nascere dal patrimonio genetico dell’uomo.

pancreas

Situato a ridosso del duodeno, il pancreas è collegato allo stesso attraverso i dotti di Santorini e di Wirsung.
(dis. da Atlante di anatomia umana, dell’Istituto Geografico del Agostini Novara)

Lo stesso discorso vale per qualsiasi altro organo, come il pancreas, ad esempio, che si è formato da un diverticolo del duodeno, quindi nel primissimo tratto dell’intestino tenue, dove il bolo appena im-bevuto di acidi gastrici presenta ancora un forte contenuto di batteri vitali e potenzialmente patogeni (pensiamo al vibrione del colera, ad esempio, che supera agevolmente la barriera chimica costituita dai succhi gastrici secreti dalla mucosa dello stomaco).
Durante i milioni di anni impiegati dal diverticolo duodenale per modificare le proprie cellule e per organizzarle nel modo estremamente complesso in cui si presentano oggi all’interno del pancreas, detti batteri sono sicuramente stati una seria fonte di guai, i quali hanno prodotto una selezione che, anziché accelerare l’evoluzione, l’hanno sicuramente rallentata e ciò, essendo gli antenati dei mammiferi comparsi già nel periodo Triassico (come apparirebbe da recenti scoperte paleontologiche), potrebbe forse spiegare come essi abbiano dovuto attendere il declino dei dinosauri per espandersi e conquistare la Terra.
A questo punto, qualcuno potrebbe obiettare che anche i grandi rettili avrebbero sopportare la medesima trafila selettiva, eppure essi hanno conquistato la Terra 200 milioni di anni prima dell’esplosione demografica dei mammiferi e l’hanno poi tenuta in loro potere per ben 180 milioni di anni! Come si spiegherebbe questa contraddizione?
La risposta, forse, è più semplice di quanto non credano i molti studiosi che si sono posti la stessa domanda: i rettili differiscono dai mammiferi per non avere il sangue caldo e quindi per non avere una temperatura corporea costante, ed è proprio questa caratteristica che, durante i periodi in cui la temperatura corporea del rettile è bassa (ad esempio di notte) rallenta o blocca la virulenza dei batteri patogeni, mentre le difese corporee del rettile, che agiscono chimicamente, continuano quasi indisturbate la loro azione bonificatrice.
Questo fenomeno renderebbe i rettili molto più resistenti alle infezioni batteriche rispetto ai mammiferi, i quali, con la loro temperatura costante, forniscono invece ai batteri un ambiente di proliferazione ideale.
Ciò, unito alla concorrenza in campo alimentare costituita dall’onnipresenza dei rettili (i quali, nell’era mesozoica, si erano talmente diffusi e differenziati da occupare praticamente tutte le nicchie ecologiche) ha limitato enormemente il numero dei mammiferi rallentandone in modo drastico, e a volte totale, l’evoluzione.

Non ostante ciò, tuttavia, la Natura ha seguito il suo corso realizzando il suo grandioso progetto: pur se fra mille difficoltà ed infortuni, gli organismi si sono modificati adattandosi sempre meglio alle caratteristiche dell’ambiente, sono diventati sempre più complessi e più versatili fino a raggiungere i vertici toccati da quell’animaletto, che è situato all’origine della specie umana.
Arrivato ad uno stadio di sviluppo pressoché completo, a quel nostro antichissimo progenitore non rimanevano che due scelte: continuare nell’evoluzione per conquistare mediante l’adattamento le varie nicchie ecologiche, cadendo così nella trappola sen

escherichia

Fra gli innumerevoli batteri abitualmente presenti nel colon va annoverata anche l’escherichia coli, un batterio che, se trasferito accidentalmente in altre parti dell’organismo o ingerito per trascuratezza delle norme igeniche, può causare gravi malattie infettive.
(foto da Microbiologia medica di L, Salvaggio. ed Piccin- PD)

za uscita della specializzazione, come hanno fatto gli antenati dei felini, dei canidi, dei bovidi, dei camelidi ecc., oppure mantenere il proprio corpo ad uno stadio di indifferenziata versatilità in attesa di una buona occasione.
Questa strategia è applicata spessissimo in natura e consente il persistere fino ai nostri giorni di forme di vita anche estremamente primitive dette scherzosamente “fossili viventi”, le quali non costituiscono sistemi biologici decadenti od involuti ma sistemi pronti a scattare non appena le condizioni ambientali lo consentono, per riuscire là, dove sistemi più evoluti e più specializzati hanno fallito.
Abbiamo innumerevoli esempi di queste presenze dal potenziale latente: in primo luogo i batteri, poi i funghi, che segnano forse la fase di passaggio dall’organizzazione dei tessuti di tipo vegetale a quella di tipo animale, i pesci primitivi quali il celacantus, i vari tipi di anfibi (l’esempio più primitivo dei quali è il curioso pesce perioftalmo) e così via.
L’occasione buona per il nostro antenato si presentò quando scoprì che, camminando sulle zampette posteriori, poteva mantenere libere quelle anteriori (formate già da vere e proprie manine) per fare cose che gli altri esseri più specializzati non avrebbero mai più potuto fare.

Così, quel nostro lontanissimo progenitore imboccò una nuova via dell’evoluzione, via che forse nessun altro essere prima di lui aveva intrapreso: la via dell’evoluzione della mente, la quale, sviluppando e potenziando il cervello, avrebbe modificato in modo inconfondibile anche la fisionomia della sua testa rendendola più tondeggiante e, tutto sommato, gradevole, come abbiamo noi oggi.

Un Ercole che non è Ercole

Fufluns – bronzetto etrusco rinvenuto a Contarina

Come già ho avuto modo di ricordare in altre occasioni, capita a volte di notare delle sviste degli studiosi quando, nelle loro opere, parlano di cose che esulano dalla loro specifica competenza.

Il settore in cui sembra che i nostri addetti ai lavori cadano più spesso in errore è quello della zoologia: lupi scambiati per cavalli, cervi per stambecchi, capri per tori e così via, sono cose che capita abbastanza frequentemente di notare anche su testi importanti.

«Data l’approssimazione di certe immagini – si dirà – è facile cadere in fallo!»

È vero…  che a volte il riconoscimento dei soggetti sia reso problematico dall’approssimazione di certe figure o dal loro pessimo stato di conservazione è un fatto che non si discute, tuttavia, quando le forme sono riprodotte in modo accurato, quasi calligrafico, l’errore non è più ammesso, spece se l’interpretazione che ne deriva condiziona pesantemente la sostanza dell’opera.

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Ekupetaris: una parola misteriosa

Laminetta con domatori di cavalli
(IV-V sec. a.C. Vicenza)

Uno di tali aspetti salienti della cultura degli antichi Veneti è la lingua, della quale rimane ancora qualche traccia nella parlata veneta attuale e di cui sono disponibili solo pochi esempi in brevi iscrizioni incise su cocci o su pietra e in epigrafi scolpite su rari segnacoli tombali e monumenti funebri.

Dall’esame di dette iscrizioni, fra tante voci più o meno riconoscibili si distingue un gruppo di parole oscure, assai simili fra di loro ma tuttavia diverse…

Ed è ovviamente sul significato di tali parole che si appunterà la nostra attenzione!

[Scarica opuscolo: “Una parola misteriosa“]  (PDF 820 KByte)

Le cosidette palette rituali

Fg. 1 - Paletta venetica in bronzo rinvenuta a Padova (nel cortile del convento del Santo) nel 1899. Sulla faccia anteriore reca incisa la figura di un cavallo e lungo i margini di quella posteriore reca la scritta in caratteri venetici "etsualeutikukaian nakinatarisakvil"mentre sul manico reca un asterisco ed un motivo a V sovrapposte.

Fg. 1 – Paletta venetica in bronzo rinvenuta a Padova (nel cortile del convento del Santo) nel 1899. Sulla faccia anteriore reca incisa la figura di un cavallo e lungo i margini di quella posteriore reca la scritta in caratteri venetici “etsualeutikukaian nakinatarisakvil”mentre sul manico reca un asterisco ed un motivo a V sovrapposte.

Studio realizzato nel luglio 1986 e pubblicato sulla Voce dei Berici nel 1988 e sul Giornale di Vicenza nel 1992

PREMESSA

Fra il notevole materiale archeologico rinvenuto nella zona di Santorso ed esposto nel locale Museo didattico, figurano anche due pezzi di singolare interesse risalenti ad alcuni secoli prima di Cristo, in piena Età del Ferro.
Si tratta di un peso da telaio in terracotta e di un frammento di intonaco in argilla recanti entrambi delle decorazioni prodotte mediante l’impressione dell’estremità dell’impugnatura di un caratteristico oggetto, che finora ha sfidato con successo la perspicacia e l’immaginazione degli Studiosi.

UN ENIGMA DAL PASSATO

Nel primo millennio avanti Cristo, apparve in Europa un tipo di oggetti di uso abbastanza frequente, la cui funzione è tuttora misteriosa: si tratta delle cosidette Palette Rituali, oggetti in bronzo a forma appunto di paletta dal manico elegantemente traforato, che recano sovente delle decorazioni incise su una delle facce (fg 1).

Oltre ai numerosi esemplari di paletta rinvenuti in varie località, spece nell’Italia nordorientale, questo oggetto appare in sculture della Spagna, come sulla stele di Solana de Cabanas (fg 2) e della Francia, a Sarraburg, Vienne e altrove..

Tuttavia, la località in cui la paletta appare più frequentemente è la Val Camonica, sulle cui rocce, fra migliaia di altri graffiti, il nostro oggetto misterioso è raffigurato in numerose scene che presentano situazioni diversissime e prive, in apparenza, di qualsiasi legame logico tra di loro.
Ciò mi induce a pensare che il segno della paletta rappresenti non un elemento della scena ma un simbolo od un ideogramma atto a spiegare il significato della scena stessa.

Infatti, che ci starebbe a fare una paletta, quale che sia il suo uso, in mano ad un uomo ritto di fronte ad un bovino dalle corna imponenti? (fg 3);   e l’altra paletta raffigurata fra branchi di cervi (fg 4) che ci farebbe?   e, in un’altra scena, cosa potrebbero significare due grosse palette presso due telai tessili di fronte ai quali c’è un uomo? (fg 5); e cosa significano le grandi palette che affiancano un guerriero che trafigge con la lancia un nemico affiancato da un cosidetto Busto di orante? (fg 6)   E che significa la grande paletta vicina ad alcuni combattenti impegnati presso un cosidetto labirinto? (fg 7)Grafiti Val Camonica

Fg. 6 - Grafiti rupestri della Val Camonica.

Fg. 6 – Grafiti rupestri della Val Camonica.

Fg. 7 - Graffiti rupestri della Val Camonica

Fg. 7 – Graffiti rupestri della Val Camonica

Ebbene, è da tutte queste apparenti incongruenze che derivano le difficoltà per gli studiosi, i quali, per decenni, si sono arrovellati cercando di individuare l’utilità pratica dell’oggetto anziché immaginare per lui una funzione simbolica.

Sono state così formulate le ipotesi più varie, tutte ugualmente degne di rispetto ma tutte, aimè, destituite di credibilità da qualcuna delle incisioni della Val Camonica.

Fg. 8 - Pagaia in legno da Trana (TO)

Fg. 8 – Pagaia in legno da Trana (TO)

Si è ipotizzato così che la paletta rappresentasse una pagaia sul tipo di quelle rinvenute nei villaggi palafitticoli della Padania (fg 8), si è ipotizzato che rappresentasse uno specchio o un rasoio o una scure riferendosi a reperti archeologici simili nella forma alla nostra paletta; si è pensato anche alle palette da muratore, le antenate delle cazzuole, e persino alle palette per battere il bucato, oggetti in legno riccamente decorati ancora in uso in tempi assai recenti (fg 9) e molto simili alle palette rituali.

fg 9 – paletta in legno da bucato usata in Alto Adige fino al XIX scolo

fg 9 – paletta in legno da bucato usata in Alto Adige fino al XIX scolo

Stranamente, fra tanta abbondanza di proposte, mi risulta che non sia mai stata ipotizzata l’identificazione della paletta rituale con gli stampi da burro a paletta, attrezzi in legno sempre splendidamente decorati, i quali pure hanno una straordinaria somiglianza col nostro oggetto misterioso (fg 10).

fg 10 – stampo in legno per burro usato nelle valli biellesi fino agli anni ’50.

fg 10 – stampo in legno per burro usato nelle valli biellesi fino agli anni ’50.

 

Infine, scoraggiati da tante delusioni, gli studiosi si sono rassegnati ad ipotizzare per la paletta una funzione rituale, funzione il cui significato non è possibile definire ma che sarebbe giustificata dal fatto, che l’oggetto appare fra gli attributi di un idolo celtico, probabilmente Succellus, la cui personalità rimane ancora oscura: forse, si afferma, la paletta era un talismano che garantiva la salvezza in caso di pericolo o serviva a raccogliere le ceneri dei defunti dopo il rogo funebre.
Tale ipotesi, tuttavia, non spiega cosa potrebbero fare degli attrezzi simili in mezzo alla selvaggina o fra i bovini o presso i telai tessili!

UN INDIZIO DALL’ORIENTE

A squarciare l’oscurità che ancora nasconde la vera funzione della nostra paletta in bronzo, forse un po’ di luce ci viene dall’Estremo Oriente: infatti, lungo il medio corso del fiume Yangtze, in Cina, nel primo millennio avanti Cristo venivano usati oggetti molto simili alla nostra paletta misteriosa.
Si tratta di monete in bronzo a forma di paletta, che recano, disegnata a rilievo su un lato, la rappresentazione del valore!
Una di queste monete, attribuita alla dinastia Chou che ha regnato dal 1122 al 225 a.C., reca su una delle facce il bellissimo disegno di un ariete e sull’impugnatura l’ideogramma del valore numerico: si tratta di una moneta da dieci pecore, che veniva assicurata alla cintura a mezzo di un laccio passante per il foro del manico (fg 11 qui a lato).

fg. 11 - Moneta in bronzo della dinastia Chou (Cina, XII - III sec. a.C.) Valore della moneta: 10 pecore.

fg. 11 – Moneta in bronzo della dinastia Chou (Cina, XII – III sec. a.C.) Valore della moneta: 10 pecore.

Se per le nostre palette ipotizzassimo una funzione simile , acquisterebbe nuova luce anche la parola pecunia (da pecus = pecora) che i Latini usavano per indicare il danaro!
D’altra parte, se considerassimo le palette incise in Val Camonica come ideogrammi significanti la ricchezza rappresentata dal danaro, vedremmo che tutte le scene in cui appaione raffigurate delle palette acquisterebbero un significato logico!
Comprenderemmo così, che in Val Camonica il bestiame domestico e la selvaggina costituivano una ricchezza per i singoli individui e per la comunità (fgg 3 e 4), che l’attività tessile produceva ricchezza (fg 5), che il guerriero vittorioso conquistava un ricco bottino (due palette) e quindi ricchezza (fg 6) mentre il perdente rendeva l’anima (busto di orante), e comprenderemmo che i combattenti presso il labirinto (luogo di non ritorno) probabilmente dei gladiatori impegnati in un duello in onore di un guerriero defunto (busto di orante armato), si contendevano un importante trofeo (paletta enorme fg 7), che il guerriero della stele iberica, oltre che valoroso (grandi armi) era anche ricco (fg 2) e che la divinità celtica con paletta di nome Succellus era forse l’equivalente del germanico Freyr dispensatore di ricchezza, di benessere e di voluttà.
Una chiara conferma all’ipotesi della Paletta simbolo di ricchezza ci giunge inaspettata dall’attenta analisi delle figure sbalzate sulla Situla della Certosa rinvenuta a Bologna.
Splendida testimonianza dell’Arte delle Situle, questo contenitore in bronzo fittamente decorato a sbalzo e ad incisione presenta una quantità di figure distribuite su quattro fasce: nella seconda dall’alto, a sinistra, in coda ad una processione di donne e uomini variamente abbigliati che camminano verso destra conducendo animali o portando cose di vario genere, che fanno pensare alle offerte e al necessario per celebrare qualche importante rito, avanza anche un uomo che porta a spall’arm un enorme spadone con lunghissima impugnatura e reca, appeso alla cintola, un oggetto in tutto simile ad una paletta, proprio come usavano i Cinesi, che portavano le monete a forma di palette al fianco, sostenute dalla cintura infilata nell’anello del manico.

Particolare della situla della Certosa: uomo con paletta alla cintola

Fg. 12 – Particolare della situla della Certosa: uomo con paletta alla cintola

In fondo, dunque, forse i nostri Studiosi non sbagliavano del tutto ipotizzando un uso rituale per le palette, infatti se, come ritengo ormai certo, in Europa si rivelasse fondata l’ipotesi della paletta quale simbolo di ricchezza, ne verrebbe confermata in un certo senso anche la funzione rituale, funzione cioè relativa ad uno dei culti più universali e più controversi: il culto del danaro!

Fg. 12 - Frammento di intonaco in argilla e Peso da telaio da Santorso
Fg. 12 – Frammento di intonaco in argilla e Peso da telaio da Santorso

CONSEGUENZE OVVIE

Alla luce della nuova ipotesi sul significato delle cosidette palette rituali, acquistano un senso logico anche altre figure o, meglio, simboli, incisi sulle rupi della Val Camonica, i quali danno a loro volta un nuovo, più ampio ed articolato significato alle scene in cui appaiono raffigurati.
Come abbiamo visto, infatti, il cosidetto busto di orante disarmato potrebbe significare la resa dell’anima al Creatore; il busto di orante armato rappresenterebbe l’eroe defunto che dal mondo dei morti (il labirinto, cioè la via senza ritorno) assiste ai giochi gladiatori in suo onore , oppure (ma la cosa mi sembra poco probabile) in quanto via senza ritorno il labirinto potrebbe forse significare la prospettiva di morte per uno dei contendenti.
Anche il peso da telaio ed il frammento di intonaco rinvenuti a Santorso, i quali recano le impronte di due diversi modelli di impugnatura della paletta, acquisterebbero un significato preciso: l’impronta della paletta impressa sul peso da telaio sarebbe un segno beneaugurante in vista della ricchezza prodotta dal lavoro di tessitura, mentre l’intonaco della casa decorata con lo stesso simbolo starebbe ad indicare che di ricchezza il suo proprietario ne possedeva già in abbondanza.
In fondo, forse gli Studiosi non sbagliavano del tutto ipotizzando un uso rituale per le palette, infatti se, come penso, in Europa si rivelasse fondata l’ipotesi della paletta simbolo di ricchezza, ne verrebbe confermata in un certo senso anche la funzione rituale, funzione cioè relativa ad uno dei culti più universali e più controversi: il culto del danaro!