Passiamo all’inglese? … No, Grazie!

Ho ricevuto varie osservazioni da parte di persone che, vivamente interessate ai contenuti del  nostro Blog, mi facevano notare che, se i testi fossero scritti in inglese, potrei contare su un pubblico enormemente più vasto, addirittura a livello mondiale.

La cosa mi era stata prospettata già da tempo riguardo alle mie pubblicazioni su carta stampata… ma per il mio materiale l’ho sempre esclusa… e il perché è presto detto.

Ricordo che, quand’ero giovane, mi indignavo per le difficoltà, o addirittura per l’impossibilità, che vari miei amici universitari incontravano nel reperimento di testi scientifici in italiano, cosicché, per prepararsi agli esami, dovevano accollarsi lunghe e laboriose traduzioni dai testi in inglese, testi a volte prodotti anche da autori italiani (e tutti sappiamo quanto difficoltose siano le traduzioni del linguaggio scientifico, spece quello in anglo-american, che spesso presenta espressioni e neologismi che non si trovano neppure nei dizionari più aggiornati).

Non vi dico, dunque, l’indignazione che mi colse anni fa, ascoltando l’intervista ad un funzionario di un prestigioso istituto italiano di ricerca in occasione dell’inaugurazione della sua rivista scientifica: al giornalista, che chiedeva come mai detta rivista fosse tutta scritta in inglese, quel tizio rispondeva che l’inglese è ormai considerato la “lingua della scienza” e che pertanto era normale pubblicare in quell’idioma.

“Ma come! – sbottai furioso – Razza di ( … )!…

I nostri studenti devono sudare sangue per potere studiare e voi, stipendiati dal Popolo Italiano, pubblicate i risultati delle vostre ricerche (foraggiate dal Popolo Italiano) su una rivista pure  finanziata dal Popolo Italiano ma scritta in inglese, per consentire a voi di fare i vostri interessi facendovi conoscere all’estero!…”

Ed è appunto per questo che io pubblico in lingua italiana!  A me interessa comunicare le mie idee nella mia lingua per rimediare almeno in parte ai danni arrecati agli Italiani dagli autori anglofili, e poi perché, per chiarezza di espressione e di pronuncia, nonché per armonia, la lingua italiana non ha uguali nel panorama linguistico europeo.

Pertanto, continuo a pubblicare nella mia lingua madre, lingua che non intendo abbandonare alla faccia di quanti propongono di obbligare le nostre università a condurre i loro corsi in inglese.

Riconosco che la conoscenza della lingua britannica può essere indispensabile nelle comunicazioni internazionali, ma il suo apprendimento deve rimanere facoltativo e, in ogni caso, non deve escludere gli Italiani, in quanto popolo non anglofono, dalla conoscenza scientifica!

A proposito della lingua inglese, poi, invito tutti a leggere quanto apparso nel 2004, sul Bollettino FAAV, l’organo interno della Federazione delle Associazioni Archeologiche Venete.

* * *Bollettino FAAV

CORO IN DIFESA DELLE LINGUE EUROPEE

È in corso ormai da diversi anni l’attività di ben tredici Istituti linguistici europei, che con cadenza biennale si riuniscono a Firenze presso l’Accademia della Crusca.

Scopo dei convegni è la salvaguardia dell’immenso patrimonio linguistico dei Paesi europei sempre più minacciato dall’invadenza del gergo angloamerican diffuso a tutti i livelli dalle politiche della globalizzazione.

Oltre all’Italia, i Paesi interessati al problema sono: Francia, Germania, Belgio, Olanda, Danimarca, Svezia, Norvegia, Finlandia, Spagna,

Portogallo, Grecia e … udite udite, la Gran Bretagna!

Anche il Regno Unito, infatti, si preoccupa per il dilagare del fenomeno spece tra le giovani generazioni che, come in Italia, badano sempre meno alla grammatica, e nel mondo degli affari sempre più coinvolto nella globalizzazione e quindi attento più alla facilità della comunicazione che alla correttezza dei testi.

Avviene sempre più spesso, infatti che, sull’esempio di quanto viene scritto nelle comunicazioni  commerciali del Terzo Mondo, anche i manager inglesi scrivano, ad esempio, nite anziché night (notte) allontanando sempre più la lingua britannica dalla grande famiglia delle lingue indoeuropee.

Che tale allontanamento costituisca un problema grave per la cultura inglese, è un fatto oggetto di discussione da molti anni nel Regno Unito, i cui esperti sono divisi sulle scelte da fare per rendere meno caotica la non rispondenza della lingua parlata rispetto a quella scritta, non rispondenza che ha ormai reso le parole scritte dell’inglese simili a ideogrammi, come nel cinese.

Se dovesse prevalere la scelta di adeguare la pronuncia alla parola scritta, come avviene ancora (ma fino a quando?) nell’italiano, si prospetterebbe la grandissima difficoltà di convincere l’intera popolazione britannica ad abbandonare il garbuglio di suoni inintelleggibili, con i quali essa è abituata a comunicare fin dai tempi dell’invasione normanna, difficoltà superata la quale, l’inglese rientrerebbe a pieno titolo nella prestigiosa famiglia delle lingue indoeuropee (ma gli Inglesi accetterebbero questo faticoso sacrificio? E gli Australiani e i Canadesi si adeguerebbero?)

Se, invece, prevalesse la scelta di adeguare la lingua scritta alla pronuncia, scelta solo in apparenza più comoda, non solo la lingua inglese uscirebbe definitivamente dalla famiglia indoeuropea, ma i Britannici si troverebbero difronte a problema insormontabile di riscrivere tutti i loro testi (tecnici, scientifici e letterati, tanto moderni che antichi) per adeguarne la forma scritta alla pronuncia, poiché le nuove generazioni non riuscirebbero più a leggere quelli esistenti.

È un bel grattacapo, non vi pare?

Per il momento, noi Italiani siamo tranquilli, perché pensiamo che il problema non ci tocchi, ma cosa succederebbe fra qualche decennio, se il nuovo gergo globalizzato dovesse diventare di uso comune anche da noi?

Gli ottimisti (che spesso sono tali solo perché rifiutano di guardare anche il retro della medaglia) si dicono felici, perché finalmente, parlando la stessa unica lingua, l’Umanità riuscirebbe a parlarsi e a comprendersi eliminando finalmente i malintesi che sono all’origine delle guerre.

Gli ottimisti, però, dimenticano che le guerre più feroci nella Storia dell’umanità sono sempre state le guerre civili, le guerre, cioè, combattute tra fazioni parlanti la stessa lingua…

E dimenticano che, abbandonato e dimenticato l’immenso patrimonio linguistico che ancora arricchisce tutti i popoli della Terra, detti popoli sarebbero tutti più poveri, perché si troverebbero nell’impossibilità di attingere con immediatezza al loro patrimonio culturale: tutti… tranne, ovviamente, le popolazioni formatesi appena tre secoli fa insieme col gergo della globalizzazione, l’angloamerican che tanto preoccupa i linguisti europei… e non solo loro!

* * *

Proprio così, cari amici, a preoccuparsi per la perdita dell’immenso patrimonio culturale non saremmo soltanto noi, ma anche gli altri Popoli della Terra, che fin’ora hanno affidato tutto il loro scibile ai testi scritti in tutte le epoche usando le loro lingue nazionali ed i caratteri delle loro scritture.

Il panorama che si prospetterebbe in tal modo non sarebbe per niente roseo: esso, infatti, riecheggerebbe il titolo di un libro letto qualche decina di anni fa, il quale parlava di un “Medioevo prossimo venturo”.

 

Gianni Bassi

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